episodio 7 – contatto charlie fox

Posted: 12 febbraio 2012 in il taccuino di Normal Code
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episodio 7

il taccuino di Normal Code #6

contatto charlie fox

 

 

Mr DayAfter era di parole. Neppure dodici ore dopo Norm trovò installato nel suo portatile un lettore di mpeg ed una traccia con l’intera conversazione avuta il giorno prima. Si era preso la briga di alterare la sua voce, ma per il resto erano le stesse parole che non lo avevano fatto dormire.

Controllò sulla segreteria. Tre chiamate. Una sintetica, glaciale da parte della sua ex moglie. Norm sogghignò pensando alla frustrazione da non potergli sfogare addosso prima di rintanarsi nuovamente sulla costa ovest. Le altre due erano dall’ufficio di Randholme.

Norm richiamò, già paventando cosa gli spettava.

Pronto, Oh Norm, qual buon vento…si stavo leggendo l’articolo, cazzo, devo dire è proprio buono…sai cosa stavo pensando? Beh che forse Cheryl potrebbe davvero fare tutto no? In fondo panchine e vicoli di Manhattan sono colmi di professionisti falliti che non sono stati capaci di fermarsi al momento giusto e sono finiti risucchiati nel tormento interiore e nel più totale completo senso di fallimento e per dirla tutta io…

Norm allontanò l’orecchio dalla cornetta. Aveva assistito trove volte a quel numero per non sapere come andasse a finire.  Quando si accorse che la linea era interrotta, riagganciò. Dopo tutto, era ancora troppo stanco per pensare ad altro che ad una sana colazione da Josey.

Uscì in strada fischiettando, sentendosi pervadere da una strana eccitazione. Era da quando aveva vent’anni che non provava nulla di simile.

Quando Norm si trovò di fronte alla serranda chiusa del diner, maledisse il suo karma negativo. Ma cosa poteva essere successo? Non c’era un motivo, un foglietto, una logica. Il giorno di riposo?

Norm sorrise. Da Josey? Per favore, non aveva visto quel locale chiuso neppure quando avevano sparato ai Kennedy. Neppure quella volta che spararono a Josey. Dalla vetrata unta si intravedevano le sedie sistemate attorno ai tavoli, le bottiglie di ketchup e senape allineate sui tavoli.  Ed un sottile aroma di bruciato proveniva dal retro. Rimase immobile, all’ascolto. I peli della braccia ritmi, percepivano il pericolo. Perché c’era un altro tipo di fragranza sotto, e lui la conosceva bene..

Carne bruciata. Normal si voltò di scatto. Nell’ombra del vicolo una figura se ne stava accovacciata contro un cumulo di stracci. Mormorava frasi sconnesse.

Frank? Che stai dicendo? Ma Norm in realtà sapeva bene cosa stesse dicendo.

Cristo santo, l’ho sentito troppe volte. Sapevo che sarebbero arrivati… arrivano sempre prima o poi.. ma sono scappato, gliel’ho fatta vedere amico, non mi prenderanno… la barba rossiccia, incolta e la fuliggine mascheravano i lineamenti dell’uomo. Ma non il suo tremore esagitato.

Frank, buon dio, cerca di calmarti cosa vuoi dire?

L’uomo si sistemò sull’attenti. Le ginocchia ondeggiavano così forte che faticava a reggersi in piedi. Capo pattuglia a squadrone, capo pattuglia a squadrone, charlie fox dimmerda, non mi sbaglio charlie, charlie fox.

Norm  gli si fece più vicino. L’uomo indietreggiò. Frank non posso aiutarti così, maledizione.

Il veterano si mise a ridere di gusto. Così forte che aveva le lacrime agli occhi. Cosa? Aiutare tu me? Devi proprio scherzare, sei tu quello in grossi guai charlie, charlie fox.

Si allontanò, borbottando come una radio rotta. Norm riuscì a provare solo una abissale ansia, come se improvvisamente fosse in balia di qualcosa di imponente. Corse a casa mentre già si sentivano le sirene in lontananza. Percorse la tromba delle scale chiedendosi se non si fosse solo lasciato suggestionare dal delirio di un vecchio pazzo. Schiacciò qualcosa con la scarpa nel punto dove Macy o chiunque fosse l’aveva aspettato soltanto ieri. Si era perso in un sogno acido?

L’aria gli sembrò meno ostile tra quelle mura. Sfilò le scarpe ed allentò la cravatta. Poi si lasciò scivolare quasi assopito contro il divano, fece tre lunghi respiri.

Fu appena un attimo, perché immediatamente dopo il telefono cominciò a squillare, insieme a qualche altro crepitio elettrico di cui Norm non seppe riconoscere l’origine.

Non era nessuno.

Norm si guardò attorno stonato, realizzando di avere fame. Cercò in giro, come la parodia di un orso da circo. E raggiunse il cartone di pizza che aveva ordinato. Azionò il microonde e ve ne sistemò due fette. Solo dopo realizzò che un foglio era scivolato via dall’involucro. Lo raccolse, più che per curiosità che per sospetto. Era un ritaglio della cronaca cittadina del Globe, edizione di Frisco. La foto in bianco e nero risultava leggermente sfocata, ma Norm non poté sbagliarsi. Quell’uomo l’aveva cercato per una notte intera, ed ora era proprio in casa sua. Con il sangue che gli colava dalla bocca e gli occhi spalancati, morto in una camera dall’altro lato d’America. Il dottor Quinlhanhan, con contorno di ‘circostanze misteriose’. Norm sentì la nausea risalirgli l’intestino. La scritta a pennarello, poco più in basso, era di gran lunga più eloquente.

 

Ecco cosa succede a chiedere troppo.

 

Norm non si rese conto di piangere. Gli tornò in mente mr DayAfter mentre si alzava dalla poltrona e spegneva ogni cosa mentre i primi dipendenti della Docksteps cominciavano ad arrivare. Il campanello lo fece voltare. Poi il telefono ed il cerca persone. Perfino il laptop ed il vecchio mac si accesero da soli. La finestra esplose in un flash violaceo. Norm strinse gli occhi. L’attimo dopo tutto sembrava al suo posto. Tranne per quella solita guardia del corpo, avvolta in un soprabito consunto.

Gli tornò in mente il discorso che non aveva fatto concludere ad Yama.

 

Quello che posso prometterti è solo una cosa, ma sono sicuro che non ne resterai deluso. 

Conoscenza.  

 

E quelle parole riecheggiarono nel fragore.

 

 

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