episodio 16

articolo cestinato da vintarama quarterly nel (inserire data)

 

 

Fidi lettori , avevamo lasciato il nostro benamato vigilante alle prese con il sempre più incalzante Impero del Grande Domani.  e, per fortuna, la sempre presente e fida spalla, Danniel Randholme a scriverne le cronache. Tempi interessanti , gli omicidi Kennedy, Luther King, Malcom X avevano lasciato un senso di amaro, di inquietudine nelle bocche degli uomini da marciapiedi. Non era facile riuscire a fidarsi. Non era facile avere fede neppure in un uomo bardato con una calzamaglia rossa. C’è chi incolpa le nuove generazioni per questo, Bob Dylan e  l’incessante desiderio per qualcosa di nuovo, per un senso di modernità che  un’icona degli anni ’50 non poteva certo reggere. Alla fin degli anni ’60 il clima era questo, sempre meno persone erano interessate alle pagine domenicali d Randholme, sempre meno commentavano le gesta della Stella dal barbiere o al bar.

Eppure , possiamo assicurarlo, non c’era giorno che il vigilate non riuscisse a concludere arrestando un rapinatore od uno spacciatore, o semplicemente facendo scendere il simpatico micino dell’altrettanto simpaticissima vecchina dall’albero del giardino.

Il carisma dell’avventuriero non riusciva proprio a far colpo sulle nuove generazioni. A parte una cerchia ristretta che aveva continuato a mantenere attivo le COMETE, la comunità di ausilio esterno battezzata dallo stesso Randholme, il resto era solo un vasto deserto psichedelico. Analizziamo i fatti : il problema stava nel crescere.

Se eri un hippy, la figura di un vigilante in abiti paramiliatari, mascherato, non faceva che scatenare ondate di malcontento e continue dimostrazioni di sfiducia. Chi la chiamava paranoia chi LSD,  lo ricordiamo tutti lo slogan ‘non fidarti di nessuno sopra i trenta’, no? Eri di formazione repubblicana?  dalla padella nella brace; difficile da credere alle distanze prese dal vigilante verso l’Impero del Grande Domani, quando l’altra parte non faceva che alimentare voci e credenze, e quanto pesasse ogni suo no comment ogni volta che la guerra fredda veniva menzionata.  I cubani importano droga dalla Florida? No comment. L’orso russo fa puntare missili atomici contro la torta di mele a meno di cento miglia dal confine? No comment. “Il ‘Nam era già una fottuta fregatura per permettersi di avere un dannato muso rosso a dettar legge all’interno di casa nostra’.

Ma non è solo quello. Era il suo atteggiamento, i suoi modi che, giorno per giorno erano cambiati. Le chiacchierate con Radholme si trasformavano sempre più frequentemente in lunghi monologhi del giornalista del Globe.  Forse perché le sue azioni erano già abbastanza eloquenti.

Una volta, per fermare una rapida in banca sarebbero bastati due sganassoni di quelli potenti e magari una scarica del suo storditore. Ma Casucci ormai non aveva più nulla da fotografare del genere. Braccia rotte, lesioni multiple. Il più delle volte era lo stesso Randholme a pregare il vecchio  collega di lasciare inpubblicate quelle foto, di chiudere un occhio. ‘un altro oltre quelli chiusi dal tuo amico, vuoi dire?’ Pare fosse una delle frasi frequenti tra i due. Tutto materiale finito nel libro di Casucci che ci si creda o no.

Ma in fondo, chi era quest’uomo ?

Negli anni ’50 poteva essere benissimo un ragazzo come, negli anni ’60 un giovane uomo, ma ora?

Adesso si aveva a che fare con un uomo di mezza età, formato con le sue nevrosi, le sue perversioni che, senza una ragione aveva continuato a lavorare per una cittadinanza che, improvvisamente, prima lo aveva ripudiato, poi ripreso ed infine lo stava lasciando andare lentamente nell’oblio. Il dottor Donald Stetson, eminente xenobiologo, nella sua tesi di laurea analizzò a fondo il fenomeno. ‘Se continua ad utilizzare quegli abiti, quel simbolo, vuol dire che si tratta di qualcosa profondamente radicato nel suo essere, legato, in qualche modo, alla scelta che lo ha portato a divenire un vigilante mascherato’. Anche quando l’Impero del Grande Domani aveva abusato della sua stella rovesciata infatti non se ne era staccato, aveva deciso di coprirsi la faccia, di nascondere gli occhi con delle lenti sempre più nere, che senza nessuna spiegazione fisica rimanevano fisse al passa montagna, divenendo più un terrore per chi doveva combattere che un simbolo di fiducia per chi doveva proteggere, ma era sempre lui, con quel simbolo ed i suoi no comment. ‘non solo’ – prosegue Stetson – ‘ il suo comportamento potrebbe essere benissimo sintomo di un moto ossessivo compulsivo, potrebbe sentirsi costretto a fare quello che fa per espiare dell’altro. Il fatto che abbia deciso di mascherare il volto, anzi, che abbia ulteriormente aumentato le dimensione della maschera non lasciano intuire nulla di buono,  anzi si potrebbe addirittura ipotizzare che in qualche maniera si vergogni del suo aspetto, che non si reputi degno di mostrare la sua faccia in mezzo alla strada, di essere riconosciuto e magari ringraziato per le sue azioni. Potrebbe farlo per desiderio di protezione di chi gli è vicino, certo, ma che dire allora di tutti i poliziotti ed i vigili della città che fanno il loro dovere portando il loro nome su di una targhetta della divisa?  Può ipotizzarsi che, in qualche maniera tema l’invecchiamento. Potrebbe aver deciso di coprire i suoi capelli non appena sono diventati bianchi, ma forse non gli basta. Forse un atteggiamento sempre più violento potrebbe scaturire dal suo sentirsi inadeguato, dal suo desiderio, compulsivo, di correre da un’altra parte a sventare un nuovo crimine, un nuovo atto contro la comunità. Dobbiamo solo che temere da un atteggiamento del genere, si tratti, ebbene di una bomba a tempo di cui non ci è dato prevedere l’esatto attimo in cui esploderà’.

Ma non era solo così. Parte della città era ancora affezionata al vecchio vessillo bianco e rosso. Anche se non era più capace di tenere il passo con i tempi. Anche se il celare l’identità era visto male.

Fu proprio il figlio di Randholme, Daniel Jr che cominciava a farsi le ossa sulle pagine della cronaca locale sul NYlightsrevue ad attaccare più e più volte la Stella. Motivo di sdegno ed imbarazzo per il più famoso padre fu soprattutto l’articolo apparso nel luglio del ’76 ‘Diamo a tutti i mali la faccia giusta?’  sul NY in cui Daniel Jr dichiarava che non era più disposto ad ‘accordare fiducia ad un porco servitore del capitalismo più sfrenato, ad un ariano strenuo difensore del suo essere superiore, del tutto incapace di smascherarsi e fare la propria parte da uomo’.

La Stella stava forse volgendo al tramonto?  Probabile. Ma la sua rovina era ancora di là da venire, ed aveva un nome ben preciso, caro alla storia dell’avventuriero.

Kimberly. Si, proprio la ex signora Casucci, che tanto aveva avuto a che fare con la storia dell’uomo dietro la maschera.

Le cronache non raccontano i particolari nascosti dell’evento scatenante dell’epilogo. Ma dalle cronache di Randholme e dall’edizione riveduta del libro di Casucci, da poco uscita nelle librerie, forse si riesce a ricostruire qualcosa.

Era una domenica di luglio. Randhome jr imperversava per pagine intere contro la Stella, il cui programma radiofonico era ormai stato cancellato. Ma la vecchia abitudine di incontrarsi la domenica per colazione negli uffici del Globe era sopravvissuta. Cosa che il direttore disapprova ma non censurava perché in fondo, si trattava pur sempre di materiale da poter sfruttare nei suoi avvelenatissimi editoriali. In genere la chiacchierata si protraeva fino a metà pomeriggio ed i due riuscivano ancora scherzare di tanto in tanto. Non quella volta. I rapporti erano tesi. Randholme era imbarazzato per per il modo in cui il figlio si stava facendo una reputazione, e non sapeva come esprimere il suo dissenso con l’amico. Che invece era stanco esausto, e come ’febbricitante’ dal desiderio di muoversi ed affrontare altre minacce. ‘il caos guadagna spazio ad ogni istante, la fine è vicina’ era solito ripetere. ‘Firmato Vecchio trombone’ era quello che rispondevano nei murales a little italy, con a la sua espressione severa resa caricatura. Quella volta il loro incontro fu breve, nessuno dei due sembrava riuscire ad aprirsi. Così , pare, la Stella rimase sulla terrazza a respirare l’aria estiva,  prendere fiato e guardarsi intorno. E fu là che incontrò la Westmad.

Già la Westmad. Chi era costei?  Definita una donna senza scrupoli da molti,  Kiberly passò la sua gioventù letteralmente tra le braccia della migliore stampa newyorkese.  Fece coppia fissa per parecchi anni con lo stesso Randholme per poi finire sposata con il fotografo del dinamico duo, Casucci, con cui rimase per circa undici anni. Conservandone , poi, il cognome ed un discreto conto in banca. Incompatibilità di carattere, pare. In realtà sembra che lui usasse parecchia violenza contro di lei, ma nulla mai fu più confermato.

Quando avvenne il  fatidico incontro la Westmad era fresca di divorzio. Disse di trovarsi là per caso. Lui finse di essere gentile ed interessato. Ed intanto le cicale continuavano a frinire come se il mondo dovesse finire il giorno dopo. Lei sorrise, ricordando tutte le avventure che avevano passato assieme. ‘ti ho sempre creato grossi problemi’. Lui cominciava ad avere un po’ di fretta, ma qualcosa lo tratteneva legato al magnetismo di quegli occhi di un azzurro gelido e profondo.

Lei utilizzò parole dolci, lui non seppe resistere. Di più non ci è dato sapere. A parte che, verso le due di pomeriggio furono visti allontanarsi e raggiungere l’abitazione della Westmad, tre isolati più a sud. Quello che accadde all’interno dell’appartamento numero 27 del Kirby building è una storia soltanto loro. Quello che accadde successivamente è possibile ricostruirlo dai rapporti della polizia e dalle cronache dai giornali rosa.  Meglio, conosciamo le dichiarazioni della Wesmad, e tutto quello che comportarono. Ma, mai nessuna conferma o smentita venne dalla Stella. Solo un silenzio terrificante e desolante.

Proviamo a ricostruire i fatti. Alle ore quattordici e quindici l’ascensore si apre sul piano 27 la coppia incontra il generale Wallenburgh sul pianerottolo, vicino di casa della Westmad. In seguito dirà di essere rimasto impressionato dalla visione di un essere statuario e scolpito in grado di trasudare eroismo da ogni poro. Disse anche che avrebbe voluto fermarsi a stringergli la mano ma andava di fretta. Non rimaneva che il tempo per un sorriso.  Due minuti dopo entrambi entrarono nell’appartamento della Westmad. Seguirono quindici minuti di silenzio, più probabilmente venti. Ne dà conferma la Signorina Carter, anziana (e zitella annoiata) vicina di casa della Westmad, confermò più e più volte che si trattava di un tempo paragonabile al quarto d’ora poiché proprio quando aveva sentito la porta dell’ascensore aprirsi , stava per affacciarsi a chiedere dello zucchero alla vicina per la sua torta istantanea che, guarda caso, aveva appena sistemato all’interno del forno, dove sarebbe rimasta proprio per tredici minuti (‘ma anche qualcosa in più perché il timer era rotto e non lo aveva fatto vedere neppure al generale che è una persona tanto cara sa…’). Poi il campanellino trillò proprio in concomitanza delle prime urla. Quindi siamo alle ore quattordici e trentadue, sei minuti dopo la giovane Jamie Samson ha salutato all’angolo della strada il suo boyfriend Billy Chamberlane e si appresta a salire la rampa di sei scalini nell’atrio che la separano dall’ascensore e dalla tromba delle scale. Si sentirà quasi travolgere dall’impeto di un uomo in una sgargiante casacca rossa. In seguito confermerà di aver pensato si trattasse di uno degli autonomi del collettivo del Grande Domani in preda ad un brutto trip. Dirà di non averlo visto in volto, che poteva sembrarle plausibile un taglio lungo la guancia sinistra, aveva visto distintamente il rivolo di sangue ancora fresco. Ma non il resto del volto che l’uomo copriva quasi come si trattasse di un ‘vampiro sotto il sole del Sahara’. Quattordici e quaranta. Miss Carter si decide ad andare a veder cosa sta accadendo nell’appartamento della vicina. Trova così la Westmad in terra vicino ad un comodino rivoltato sul tappeto, una catasta di fogli di carta, documenti assicurativi apparentemente,  sparsi per tutto il salone e poi lei, Kimberly in un rivolo di sangue che gli esce dal naso e poi,,forse un occhio nero. Senza perdere altro tempo si decide a chiamare la polizia. Che interverrà in meno di venti minuti. Neppure troppo considerando il caldo e la desolazione di quel pomeriggio estivo. Prima che l’edizione pomeridiana del Globe potesse essere messa in circolazione, mezza città era già al corrente che, incredibilmente la Stella aveva aggredito una povera innocente che, adesso era all’ospedale in fin di vita. L’altra metà lo stava apprendendo dalle radio ritornando da gite pomeridiane fuori città. Prima dell’edizione della mattina successiva centinaia di persone in ogni distretto era pronta a testimoniare atti di violenza e di abuso di potere approntati dalla Stella. Per non parlare delle tirate di Randholme Jr che uscì con un numero in edizione speciale, e con Casucci che, forse felice per la sorte della Westmad, forse no , svuotò parte del suo sacco di foto scandalistiche costituendo il corpus principale della sua biografia.

Quella parte della popolazione che ancora credeva, che ancora vedeva nella Stella un bene necessario rimase sconvolta, molti di quelli che nel decennio precedente avevano perso fede sentirono quell’ondata di sfiducia sfuggire dalla risacca ed annegare nel dubbio.

Le cose parvero complicarsi quando fu diffusa la notizia che la Westmad, pur se sotto osservazione era in grado di parlare.

Sono stata aggredita senza motivo’, affermava, ‘ho paura adesso’. Ma nella sua voce suonava qualcosa di incerto. Le indagini proseguirono all’interno dell’appartamento della Westmad, pare che alcuni di quei documenti assicurativi vennero messi sotto chiave quasi immediatamente. Anche Randholme fu  interrogato quale persona a conoscenza presunta di alcuni fatti. Non se ne cavò un ragno dal buco.

Dopo una settimana, in cui la Stella sembrò scomparsa dalla faccia della terra la Westmad rilasciò la prima versione dei fatti.

 

…è davvero troppo rumore per nulla, vede io e lui siamo…siamo insieme da parecchi anni … come ? no, non posso rivelarne il nome, degli innocenti potrebbero finire sotto la luce dei riflettori e così non va… io e lui avevamo una storia,  da almeno un paio di anni, e lui era molto molto geloso del mio ex marito, temeva che venisse ancora a casa, diviene così furioso quando lo nomino… lo ammetto ho esagerato col provocarlo,  ma non avrei voluto fare tutto questo chiasso, lo stavo facendo ingelosire e lui ha reagito male, mio dio, mi ha schiaffeggiato e inavvertitamente sono caduta all’indietro, ma nulla di più…

 

 

La Westmad sembrava decisa a far svanire tutto nella classica bolla d’acqua ma qualcosa non combaciava nei tempi. E non solo se era vero che c’era stato un solo colpo, come si spiegavano tutti quei documenti a terra, le foto dell’epoca li testimoniavano degnamente. E, poi, furono ritrovati dei brandelli del passamontagna rosso nascosti sotto il comodino, rivoltati. Se c’era stato un colpo solo come era possibile che la Westmad l’avesse schiaffeggiato strappandogli la maschera e acendolo addirittura sanguinare? Per tre giorni i giornali non parlarono d’atro. Poi, quando la notizia si stava sgonfiando, una fuga di informazioni dal dipartimento federale che si stava occupando dell’indagine trasformò il tanto rumore per nulla in una bordata di feedback che neppure Phil Spector e Jimi Hendrix assieme avrebbero potuto teorizzare. Quattro giorni dopo quella maledetta domenica pomeriggio tutti i giornali non parlavano che della foto della Westmad su quei documenti, una foto in abiti di pelle e colbacco. Una foto sotto una bandiera con falce e martello. Una foto nascosta dietro una scatola di sigari riposti in una custodia di legno. Il caso CubaHyper era appena scoppiato.

Si dice che quando l’agente federale incaricato la portò in una sala interrogatori  sghemba e fumosa la Westmad rimase in un silenzio lungo e dignitoso. L’ispettore di polizia e l’agente federale seduti accanto a lei rimasero in silenzio fino a quando, diversi minuti dopo, non scoppiò a piangere disperandosi senza smettere fino a quando un’infermiera non intervenne con un calmante.

La mattina dopo la Westmad cominciò a parlare. Raccontò di quei documenti e di quello che avrebbero potuto significare per il futuro.

In un primo istante cercò di incolpare solamente la Stella di quello che c’era scritto su quei fogli. Disse che lei era solo l’amante di un pazzo idealista, che aveva cercato ,  provato, tentato fino a sanguinare di dissuaderlo. Ma che non vi era riuscita, che adesso probabilmente il suo piano era stato messo in atto. Ma quei fogli contenevano il suo nome, quello che la Westmad aveva almeno utilizzato da poco più che due decenni, da quando cioè, con un peschereccio lituano in avaria era arrivata a Vancouver per poi attraversare il confine nel mezzo della Redwood Forest.

Quei fogli parlavano di quello e di molte altre cose.

Ma andiamo con ordine. Bisogna precisare che, lacune delle cose che vennero riferite in quelle sedute solo adesso sono state rese disponibili dall’FBI,   passati più di 25 anni necessari alle prescrizione.

Alcuni documenti non sono completi, mancano di pagine intere, alcune sezioni sono state cancellate con un evidenziatore nero.  La maggior parte dei fogli erano dei documenti di background per un agente dormiente, Katiusha Nikolenko, alias Kimberly Westmad.

Prima una parentesi, i dormienti erano degli agenti, presumibilmente del KGB sottoposti a suggestione post ipnotica. Avrebbero dovuto raggiungere un posto preciso , una posizione ed un background prefissato, dopodiché un blocco mentale sarebbe servito a contenere tutte le memorie precedenti, pronte per essere sostituite da un ‘copione’ che per mesi, forse anni interi, sarebbe diventata la loro vita. Per la Nikolenko si trattava di Kimberly Westmad, debuttante negli anni ’50  amante di giornalisti e fotografi. Come tutti i  dormienti perfettamente in grado di accumulare informazioni senza neppure rendersene conto, le posizioni scelte per loro erano strategiche, inoltre, nel momento in cui il blocco veniva programmato, venivano delineate anche  attitudini ed inclinazioni della nuova personalità. Poi, al momento necessario, una nuova suggestione, una parola in codice, ad esempio, veniva usata per disseppellire la personalità originaria. Conservando le conoscenze nel frattempo acquisite. Il problema era che, quando , come nel caso della Nikolenko , fosse stato necessario mantenere la personalità fittizia così a lungo, diveniva difficile conservarne i dettagli e le sfumature in maniera credibile. Per questo era necessario mantenere il ‘copione’ da studiare. Chiusa parentesi.

Possiamo ipotizzare che la suggestione postipnotica si sbloccò grazie alla Stella che, secondo i medesimi documenti non era altro che un altro agente della madre orsa. Il suo compito, confermò la Nikolenko, era influenzare la mentalità americana, producendo una sorta di corto circuito negli schemi di pensiero americani. Cosa sarebbe successo se, all’improvviso, oltre alla torta di mele, la ragazza della porta accanto e le seconde possibilità, l’americano medio dei quartieri residenziali, si rendesse conto che potenzialmente tutti , tutti erano uguali, e tutto, tutto ,poteva essere di tutti?

Piano ingegnoso, ma onestamente, non credo che fin’ora avesse funzionato, non molto almeno. Visto che,  il collettivo del grande domani testimoniava che, sui bambini degli anni ’50, i ragazzi degli anni’60, qualcosa era scattato, e forse, l’agente Stella avrebbe avuto presto una vacanza premio nelle meravigliose lande della steppa dietro Stalingrado. Sfortunatamente l’influenza della Stella anziché recondita , funzionale ma dissimulata , si era invece palesata, evidenziando i meccanismi del gioco. Lasciando sospettare alcuni giornalisti (Randholme Jr tra tutti, in grado di catalizzare un ampia fetta dell’opinione pubblica giovanile) e probabilmente alcuni enti governativi (CIA? Cos’altro? Nessuna conferma o smentita venne mai da fonti ufficiali). Questo aveva provocato tensioni insospettabili nell’agente Stella, che forse avrebbero potuto portare a giustificare l’atteggiamento violento degli ultimi anni, ed una deviazione fuori programma ma non troppo. Insomma si trattava del fatidico piano B.

Partendo da Cuba si arriva facilmente alla madre Russia. Quello che uscì dalle parole della Nikolenko fu però totalmente sconcertante. Sembra che, in qualche modo, le teste d’uovo russe fossero riuscite a proseguire alcuni folli progetti recuperati a Berlino dalle rovine fumanti del reich. Una sorta di progettazione eugenetica ante litteram. Che era stata sviluppata ed implementata. Creando sei soggetti, stabili, in grado di funzionare. Soggetti trasferiti momentaneamente all’Avana ed in attesa di un viaggetto in barca tra i pescicani per arrivare a casa di zio Sam. L’hyperCuba squadra uno. Lo scopo di ciò non fu diffuso,  ma pare che, l’agente Stella per poter riuscire nella missione di trasferimento avesse bisogno di un agente ausiliario. Ed ecco arrivare la Nikolenko risvegliata.

Questo potrebbe permetterci di spiegare anche il divorzio da Casucci e altre piccole discrepanza che Casucci sembrò tirare fuori dal suo cappello a cilindro in una successiva serie di interviste radiofoniche gestite da Randholme Jr,  spinto in avanti nella carriera grazie ad una lunga lunghissima serie di ‘l’avevo detto!’.

Qualcosa sembrò andare storto però, così dichiarò la Nikolenko. Non poteva giustificare un viaggio in Florida, ed aveva paura di poter essere riconosciuta,  si sentiva osservata, la paranoia del gioco che stava conducendo la stava comprimendo, sconquassando. Rischiava di cedere. Tutto ciò era sfociato nell’incidente della domenica precedente. I federali tennero sotto stretta sorveglianza la Nikolenko, ma era stato coinvolto anche il NYPD, e non si potevano arginare le fughe di notizia. La stampa newyorkese fu atterrita. Sembra che Randholme  scoppiò a piangere nel suo ufficio. In seguito dichiarò, fermamente, di non aver mai, mai creduto a tutta quella folle storia, che, per quanto gli riguardava , si trattava solo di una caso di demenza precoce della povera Kimberly.

Ma i federali non erano dello stesso avviso, anzi, vista la storia, pensarono che, comunque il piano dell’agente Stella stesse funzionando alla perfezione lo stesso. Un’azione diversiva, forse più deflagrante del previsto a NY gli aveva lasciato almeno un paio di giorni di vantaggio. Furono fatte sorvegliare le coste della Florida per il mese successivo ma non accadde proprio nulla.

Alla Nikolenko fu chiesto di collaborare, di riferire il vero nome dell’agente Stella, di aiutarli, in modo da poter essere aiutata. La Nikolenko inizialmente restia, alla fine riuscii a pronunciarlo. Ben due volte. Lenno. In un interrogatorio, del 29 agosto. Lenno è stato qui, la sera del 29 agosto nella sua cella di massima sorveglianza, scrivendolo sul muro col proprio sangue mentre soffocava con la giugulare recisa.

Sembra che da fuori, lungo il corridoio e negli uffici circostanti, nessuno sentì nulla. E, soprattutto, non si riuscii mai a capire in che modo un estraneo sarebbe potuto riuscire ad intrufolarsi e, addirittura, come fosse arrivato a conoscenza della locazione della prigione della Nikolenko.

Un tale evento lasciò sgomente le autorità federali che, letteralmente, blindarono la città. Una settimana, la prima del settembre ’72 in cui la criminalità fu braccata, mutilata, ridotta allo stremo. Gli informatori vennero torchiati, si calcolano settantacinque arresti solo la notte della scoperta. Alcuni giornali commentarono con ironia la vicenda affermando che la municipalità, ne aveva approfittato per dare una ripulita. Nel frattempo pare che,  poco vicino il litorale, in Florida, venne ritrovato un relitto di un fuoribordo pesantemente danneggiato. La chiglia era stata frantumata e sembra proprio che, almeno un paio di grossi tiburones fossero riusciti a tenere per loro un ricordino o due. Ma non vi erano prove che fosse la barca dell’agente Stella o che, ammesso che lo fosse, si stesse avventurando verso la costa cubana o fosse di ritorno. Ci furono pattugliamenti lungo la costa ed all’interno. Alla frontiera. Si cercò di accusare direttamente Cuba. Pare che una commissione FBI venne inviata a Guantanamo per degli interrogatori, per cercare di ottenere delle informazioni. Ma, almeno ufficialmente, Cuba negava ogni cosa, un comunicato stampa inviato alle maggiori testate statunitensi  non faceva altro che sottolineare la totale estraneità ai fatti. Ed , in fondo, oltre le parole della Nikolenko, non c’era molto altro. Le indagini all’interno del carcere di massima sicurezza dove veniva tenuta la bionda spia continuarono per almeno un paio di settimana poi, improvvisamente, si smise di prestarci attenzione, si lasciò che il superbowl , che il Vietnam e quantaltro prevalessero di nuovo. Un trafiletto del Globe del 26 settembre di quell’anno non denunciava che, se non il diretto colpevole, il complice che l’aveva fatto entrare era stato individuato e messo agli arresti. Un inserviente, Arthur C. Kovalsky che, si dichiarava innocente e totalmente ignaro. La strada per la cattura del traditore è sempre più breve, commentava l’articolo, scritto dallo pseudonimo ufficiale di Matterdok, ma, a quelle sparute righe, non ci fu seguito alcuno.

Fine della storia dunque?

In cui il compagno Stella si rivela per quello che è, lascia la donna in lacrime e la fede dei ragazzi infranta e tutto si dissolve nel notiziario della sera?

Non proprio. A tutto ciò c’è una piccola appendice.

New York, maggio 1977. A central park una manifestazione del comitato autonomo, grande domani, viene lasciata passare del tutto inosservata. Sotto il caldo, sotto la noia, nessuno presta più attenzione ad un folklore indietro di dieci ani nel tempo. La manifestazione raggiunge l’ufficio de Globe. Nulla di inaspettato , per la verità. Eccetto per la chiosa finale del discorso del gran cerimoniere. Stella, smetti di nasconderti, getta la maschera,  il governo federale e te in combutta solo per eliminare noi, è ridicolo.

Ridicolo lo era davvero, tutto quel parlare.

Quelle urla soffocate dalla disco dello studio 54 poco distante. Ma il gridare era sempre più profondo. Fino a quando qualcosa non avvenne per davvero. Le fonti sono sempre state discordanti. Un gruppo di ragazzi era là ad ascoltare, commentare, controbattere.  All’improvviso, apparve.

Qualcuno chiese di avvertire la polizia. Qualcuno gli sputò in faccia altri ancora si misero a ridere. Altri tremarono, e furono depressi per come quel rosso era logoro e sporco, ed il bianco della stella, simile al nero…

Lui stava in piedi tra la folla guardando da dietro la maschera il cerimoniere e gli hippy.

Sono tutte menzogne gridò. E fu un istante in cui il popolo sembrò credergli. Un istante in cui non importava altro che sentire l’eroe palare. Ma fu l’attimo più nero quello, perché il gran cerimoniere, irritato, rosso di ira, sbraitò. Se sei nel giusto perché non ti togli quella maschera e ci fai vedere il tuo volto?

Una voce fece da contrappunto tra i ragazzi. Ed il silenzio calò sulla città. Un silenzio imbarazzante , mescolato alla rabbia.

L’uomo con la maschera strinse i pugni sembrava combattuto, come se la lotta più grande fosse al suo interno. Ma alla fine qualcosa scattò. E fu come vederlo spegnere. Prima che le sirene cominciassero a farsi sentire rapide e vicine la folla ed i dimostranti erano un solo coro, una sola voce. Sparisci, arrenditi, scappa, traditore, porco schifoso. Un ragazzo gli tirò addosso una moneta, un altro una spilla. Un piccolo pin rosso,  di quelli tanto in voga negli anni passati. Non fidarti di nessuno sopra i trenta. L’uomo si chinò a prenderlo. Parve un istante eterno in cui le urla ed il fragore venivano isolate ed ignorate da una visione così irreale ed onirica. L’uomo mise la spilla in tasca e poi andò via in un vicolo. Molti avrebbero potuto fermarlo, bastava un braccio , una mano, un fare muro. Ma nessuno lo fece. NY stava forse saldando tutti i debiti con il suo avventuriero più celebre. Quando la polizia arrivò, non servì nulla tentare un percorso tra i rifiuti. Non c’era più nulla da cercare.

E , per quanto ne sappia, NY, non vide mai più la Stella.

Eppure, prima che il mito potesse disperdersi nel nulla, alcune testimonianze bisogna ancora tenerle ben presenti.

Iowa, novembre ’77, James Sanderson è fermo sulla statale con la sua macchina, di notte, un guasto improvviso lo sta facendo far tardi, e probabilmente morire di freddo.

Detroit, gennaio ’78, Carlyn Riva ha fatto tardi a casa di un’amica, alla fermata della metro una gang la sta molestando, due sono le cose che possono volere, soldi, pochi, e sesso violento.

New Orleans, marzo ’78,  Philip LaChanche è strafatto, qualcuno ha deciso di tagliare l’eroina della città con diserbante e pillole di crescita rapida, un solo assaggio lo trascina lentamente verso la morte.

E la lista potrebbe continuare per almeno sette pagine. Tutta gente in pericolo vitale. Tutta gente che, nel momento più tetro, ha visto un angelo di luce, che con le mani, con la forza ed il calore, con la voce li ha salvati. Un uomo in pantaloni cachi, laceri, anfibi. Una giacca militare degli occhiali da sole scuri, anche nel cuore della notte. Un uomo con la barba incolta di mesi, un uomo che scompare, si dilegua nel vento, come un fantasma non appena sente di aver fatto quello che è giusto. Con i suoi lunghi capelli spostati dal vento. Ed una casacca rossa, con una stella, logora, che una volta doveva essere bianca, ma non più oramai. Un uomo cui trema la voce e che sembra vivere da un’altra parte. Ah si, non uomo che, sulla sua giacca verde militare ha una  piccola spilla rossa con su scritto , non fidarti di nessuno, sopra i trenta.

Un uomo, dove finisce la storia e, tra le pagine del national enquire somiglia ad un tizio fotografato con Buddy Holly in un concerto in una località segreta dell’Arizona a metà degli anni ’80, là, dove inizia la legenda.

Episodio 15

Introducing Estela Hogan (NC0058A8)

Nome : Hogan, Stella

Professione : investigatore privato, guardia del corpo                                                            (ufficiale di polizia in  congedo)

File #8

Classificazione : alpha

Lacrime e pioggia

Oshiro mawashi.

Se non avessi letto i libri della biblioteca di doc, se non mi fossi allenata tutto quel tempo con J non saprei bene cosa sia. Ma il fatto è, che è proprio quello, che sono riuscita a combinare. Senza neppure conoscerne il nome.

Sono rimasta sconvolta un paio di ore poi, dopo essermi fasciata il braccio più stretta che potevo, sono finita davanti alla scrivania di cui mi aveva parlato Meg. Ci sono capitata, quasi per caso,  il cuore mi batteva forte, ho creduto di stare per vomitare. Poi , in qualche modo sono riuscita a ricacciare tutto dentro.  Il silenzio era doloroso e qualsiasi crepitio faceva stridere i miei nervi come se fossero sul punto di lacerarsi. Ho raggiunto la sedia. Quasi scivolavo sul pavimento ricordandomi solo troppo tardi che c’erano delle rotelle con cui fare i conti. Mi sono assicurata al bordo del mobile. Dei fogli, un quaderno ed un portaritratti si sono rovesciati mandando il vetro in mille pezzi. Ho cominciato a singhiozzare quasi senza rendermene conto. Poi, lentamente, ho allungato una mano, poi l’altra, i cassetti non sembravano muoversi. Poi con un po’ di pressione in più, almeno il primo ha ceduto : penne, un pacchetto di assorbenti e dei proiettili di una magnum ballonzolarono attraverso i bordi di legno e la carta da pacchi sul fondo. Il secondo era zeppo soltanto documenti di proprietà, vecchie buste paga, una cartella degli indirizzi. Qualcosa non quadrava nel valore e nella locazione di alcuni immobili, ma non riuscii a capire cosa. Il terzo era bloccato. Provai addirittura con un calcio, ma non ci riuscii. Le lacrime continuavano a scivolare lungo le guance, diventavano singhiozzi profondi, ed io non potevo fare nulla per farle smettere. Mi strinsi contro la sedia.

Poteva essere solo un sogno, ma avevo comunque l’impressione di sentire una persona passeggiare, fermarsi e poi ricominciare, giusto dall’altro lato della porta.

Tornai più lucida quasi immediatamente. Sospirai. Qualcosa tra i miei polmoni prudeva furiosamente. Il braccio ricominciò a sanguinare. Poi mi tornò in mente una cosa che Meg aveva ripetuto di sfuggita : il cassetto segreto, o qualcosa di simile, doveva essere sotto il pianale. Cercai, sondai ogni singolo angolo del mobile, fino a trovare un punto che suonava vuoto. Doveva esserci un comando a pressione da qualche parte. Sfiorai i bordi, premetti sul fondo. Ma nulla. Mollai un colpo che mi fece tremare il braccio fino alla spina dorsale. La testa mi doleva, all’improvviso sperimentai una specie di blackout. Dopo vedevo a pallini. spinsi la scrivania intera. Qualcosa stava decisamente ballando all’interno. Non sapevo che cosa fare.

Le lacrime sembravano sangue e piombo. Mi coprii gli occhi. A farlo, le immagini delle ultime ore tornavano pungenti come aghi avvelenata attraverso il cervello. Ero stufa di sentirmi così male.  Mi fermai. Respirai. Ed allungai una mano di nuovo verso il cassetto. Stavolta, afferrai e tirai.

Afferrare e tirare. Tipico dell’ironia di Meg. Un clangore metallico impercettibile attraverso la stanza e fu come aver aperto un carillon magico. Sorrisi. Il piccolo cassettino si aprì lasciano piovere una piccola busta, con su scritto il mio nome. Presi una borsa e vi infilai la lettera all’interno. C’era anche una foto di un ragazzo dalla carnagione scura, quasi grigiastra, scritto a penna sul retro, solo una lettera, J. Non pensavo che Meg avesse sposato un uomo di colore. Troppe cose non erano chiare. Trovai un caricatore di una desert eagle. Sospirai. Misteriosamente anche il terzo cassetto si era sbloccato. Allungai una mano. La desert eagle cui il caricatore apparteneva era proprio là. Pulita e messa a punto vicino ad una fondina ascellare e ad una serie di documenti falsi pronti per l’uso. Non riuscivo a crederci.

Presi tutto e pensai alle ultime parole d Meg. Sbrigati, poco tempo, nulla come prima.

Nulla come prima. Cominciavo a pensarlo anche io. L’adrenalina cominciava a rendere tutto più chiaro. Presi la desert e la infilai in borsa. Poi lega la borsa alla mia vita ed alla spalla buona. Infilai le scarpe e ripresi gli occhiali da sole. Dovevo scappare. Probabilmente rimanere all’interno della metro, o di qualsiasi altro posto, circondata da gente, sarebbe stata la cosa più saggia e sicura da farsi. Stavo per raggiungere la porta, quando sentii qualcuno bussare. Ora, se avessi ascoltato con maggiore attenzione, mi sarei potuta rendere conto che quei misteriosi passettini erano ritornati. E se fossi stata ancora un po’ più attenta, avrei scoperto che ero perfettamente in grado di riconoscere quella camminata. Raggiunsi lo spioncino e guardai la silhouette sciatta e neutra di Darlene sorridere. Dovevo pensare in fretta, probabilmente aveva sentito tutti i rumori e, fare finta di nulla avrebbe attirato altri pesci.

Punto primo, cosa ci faceva qui?

Punto secondo, anche a voler credere alla sua storia, perché si sarebbe dovuta sbattere per me, visti i nostri rapporti?

Tutto sommato avrei potuto spremere qualche informazione. Capire chi c’era dietro.  Chi c’era oltre Cosmo.

Stella… ci sei… ho sentito alla Tv mio dio deve essere stato terribile..  non sei passata di casa così nella tua agenda ho trovato l’indirizzo della Ortens…Stetson…

Come diavolo sapeva il vero cognome di Meg ?

Ascolta, se sei là, non essere spaventata, lasciami entrare ti ho portato un cambio di vestiti…

Sorrisi, il pesciolino aveva abboccato ed era in trappola…

Aprii, e vidi il suo sguardo lezioso, i suoi occhi lucidi. Stava sudando.

Sapevo che eri qui…

Aveva una cesta di vestiti in braccio. Parlava lentamente scandendo ogni parola come fosse metallo fuso, difficile da maneggiare.

Stavi uscendo ?

Non risposi, la lasciai entrare…

Amica mia sapessi come sono contenta di sapere che stai bene, non poteva essere vero che eri così grave… non si decidevano più a spiegare le cose come stavano, poi hanno fatto il nome della tua amica e ho capito…

E capivo anche io. Sembrava strano che avessero fatto il mio nome al telegiornale. Di certo era impossibile che in TV avessero parlato di Meg come miss Ortensii. Era passato troppo poco tempo, neppure gli sciacalli potevano esserci arrivati.

Darlene, come mai hai portato tutte quelle cose?

Pensavo ti sarebbero servite per un bel po’ di tempo…

Perché? In fondo potevo venire io a prenderle…

Oh insomma un po’ di gentilezza non guasta tra vicine non credi…

Sospirai. E fu un solo istante.

Darlene, come facevi a conoscere il nome di Meg?

Sorrise, un ghigno sudato quasi come quello di un rapace. I vestiti scivolarono a terra, l’odore profondo di olio lubrificante e polvere insieme ad uno scatto metallico preciso attraversarono l’aria.

Eccoci qui.

Non avevo tempo di estrarre la desert eagle. Ma sapevo che stava per succedere. Ed eccoci al nostro discorsetto iniziale.

Cos’è un’oshiro mawashi?

Un calcio volante rotante, di quelli alla Bruce Lee. Di quelli che somigliano più ad un passo di danza. Di quelli che tra mio fratello ed i suoi amici, impari da piccola e non dimentichi mai, neppure dopo anni. Neppure quando sei ferita e la tua sola amica è scomparsa , sei fuggiasca neppure sai tu da chi, e la tua compagna di appartamento ti punta contro un’arma.

Così girai su me stessa, chiudendo gli occhi e fingendo di non vedere il soffitto al posto del pavimento. Il mio piede urtò la sua mascella come un coltello sferza del burro caldo. Sentii il peso del suo corpo fracassarsi contro lo stipite della porta, riconquistai l’equilibrio e , senza fermarmi corsi via, via il più in fretta possibile. In strada c’era la sua macchina, ancora accesa, pensava di fare in fretta. Mi venne da ridere in un modo cattivo, violento.

Mi morsi le labbra, pensai alle cose che avrei potuto chiederle, poi mi tornò in mente il sorriso misterioso di Cosmo ed il tepore della luce che , istante dopo istante sembrava affievolirsi. Il problema era il mio, e della mia mente che, cominciava a farmi sentire sempre più viva e veloce.

Quello di cui avevo bisogno era leggere le parole di Meg in un posto sicuro, e poi decidere.

Imboccai l’ingresso della prima fermata della metro, salii sul primo treno e poi dopo due fermate scesi di nuovo, infilandomi in un autobus affollato. La desert eagle pesava sotto la schiena. Il cuore palpitava ed avevo appena lo spazio necessario per respirare ed aprire la busta.

Cominciai.

‘Stela,

spero proprio che starai leggendo queste pagine davanti a me, magari in una di quelle sere che ce ne stiamo a ridere e chiacchiere davanti al caminetto acceso, sul divano comodamente stavaccate…

però, vista l’aria che tira, mi sa tanto che non finirà così, va bene , fa nulla, se scrivo queste parole vuole proprio dire che di te mi fido e, che , forse forse, visto il tuo recente faccino preoccupato, un po’ di aiuto potrebbe farti comodo…

andiamo con ordine, non voglio confonderti, né fare lo stesso con me…

ti ho detto del mio nome, ti ho detto perché il sergente ce l’ha con me, perché si fida poco pure di te… FBI, agenti esterni, persone che fanno domande sono sempre stati un problema troppo grande per lui… così finiva per isolare tutto e starsene in pace ad ingozzarsi di ciambelle e a ridere di noi povere bestie… ma stavolta un errore l’ha fatto, perché sistemarci assieme è stato proprio quello…

comunque…

ti ho parlato di mio marito, di come Stetson derivi da lui, di come pur essendo le nostre strade divise e differenti per ovvie ragioni, altri sentimenti non hanno mai smesso di esistere… così che anche Jay, nostro figlio non debba mai sentirsi solo e isolato, non più di quanto è già, povera anima…

vedi, quello che non ti ho detto è che J ha una grave malattia del sistema nervoso. Una malattia che avrebbe potuto portarlo a vivere legato ad una sedia a rotelle, e poi a scomparire molto molto presto. 

Mio marito Donald, ma credo che non esista nessuno al mondo che lo abbia mai chiamato in quel modo, poiché a tutti è noto solo come Doc, ha sempre cercato di tenere testa ai sintomi della malattia…

Già dimenticavo di dirti due cose…

Primo, la malattia dipende da un fattore mutageno legato principalmente ai mitocondri e ad altre schifezze chimiche, di cui, sfortunatamente ignoriamo il modo in un cui J ne sia entrato in contatto…

Secondo, doc è un genetista, lo conobbi al college in quell’unico semestre che frequentai, quel dottore brillante ed energico mi colpì subito…  quanti ricordi…

Dopo pochi mesi nacque J e ci rendemmo conto quasi immediatamente che qualcosa non andava per il verso giusto, non c’era evidenza che qualcosa stava andando storto… diciamo solo che era una… sensazione credo sia il modo più adatto di definirla…

Il problema è che all’epoca la medicina non era così avanti come adesso, per cui, nei suoi laboratori nei campus cera ben poco che potesse fare… ma qualcuno lo aiutò

Doc non me ne ha mai voluto parlare completamente, ma si trattava di una organizzazione ‘umanitaria’ come si era sempre definita,  con campo di interesse specializzato nella genetica avanzata.. la mente di doc per il corpo di J, fu un’offerta equa, soprattutto per mio marito…

Dovessi vedere quante volte l’ho visto piangere nella penombra luccicante di un tramonto estivo , stretto in quel camice , con miliardi di foglietti che gli uscivano dalla tasche, si è sempre sentito in colpa per quello che era capitato a J, a lui la storia dell’associazione a scopi umanitari è sempre sembrata una balla, ma per una volta il fine avrebbe potuto giustificare i mezzi.

Il progetto ombra nacque con J, doc non ha mai voluto parlarne troppo, però quello che mi è dato sapere è che se non una cura, almeno un farmaco stabilizzatore era stato ricavato da alcune proteine e cellule animali , qualcosa di impensato. Doc era però terrorizzato dagli effetti collaterali e questo fu un motivo di rottura con il progetto ombra…

J era il paziente numero 1, ma loro volevano 15 esemplari e li avevano persino forniti. La cosa gli sembrava sempre più di stampo paramilitare… 

Doc non mi fece mai sospettare nulla di tutto questo, me ne parlò soltanto molto tempo più tardi… 

Vedi doc , oltre che un bravo medico è anche un giocatore terribilmente fortunato, o probabilmente uno di quelli che studiano con minuzia il colpo così bene che quando all’improvviso sferrano il loro meglio non può che sembrare fortuna…

Comunque, lui aveva giocato in borsa parte dei nostri risparmi ricavandone parecchio, altri profitti gli derivavano da sue precedenti collaborazioni con un’industria chimica di polimeri.. un bel gruzzolo, che gli serviva ad attuare il suo piano

Un giorno piombò in casa dicendo che voleva il divorzio… rimasi sbigottita… conoscevamo i nostri limiti ed i miei gusti, ma non avevamo mai pensato di affrontare la cosa in maniera così drastica.. pensavo che forse J ne avrebbe sofferto di più… ma la cosa curiosa era che, improvvisamente, passava molto più tempo fuori dall’edificio del progetto ombra… sembrava stesse meglio ed io decisi che se Doc desiderava la libertà, la meritava, non ero stata una brava moglie e lui aveva davvero avuto un gran cuore…

Ma non andava così come avevo previsto…

Doc e J scomparvero. Lo avevano fatto davvero, senza lasciare tracce, senza simulare incidenti , senza chiedere asilo polito o chissà cosa, si erano volatilizzati…

E qui vedi che le nostre storie si legano a doppio filo… perché  gente dal progetto ad ombra  venne a chiedere cose che io non potevo neppure sospettare…e sai chi? I tuoi carissimi amici Kunga ed O’hara… non credo nel destino sai, ma questa non può essere una semplice coincidenza, non trovi ?

Comunque… non avevo nulla da dir loro e dopo un paio di mesi mi lasciarono perdere. Poi una sera, tornando a casa, smisi di respirare. Stavo male, sapevo che doc ne aveva combinata una delle sue , lo conoscevo come le mie tasche, ed ero tranquilla se J era con lui, ma quanto mi mancava…comunque. Smisi di respirare… diclorurodimetile mi dissero poi…

E mi risvegliai nel teamlab…

Allora, so che se fossi là mi daresti per irrimediabilmente pazza, però invece cerca di credermi…

E’ questo il punto in cui potresti disperatamente aver bisogno di tutte queste informazioni, e  del pacchetto di cui sto per parlarti

Andiamo con ordine…

Il teamlab è una  struttura a metà tra dysneyland ed il sogno erotico di un terminator… doc ci ha messo quasi sei anni ad idearla, progettarla e farla costruire praticamente segreta al resto del mondo…ora, saprai che central park ad inizio del secolo non era altro che una colossale discarica che, in seguito venne ricoperta… una discarica ed una fogna a cielo aperto… questo significa che il terreno era abbastanza duttile e poi, alcuni tunnel e passaggi, in qualche maniera potevano essere sfruttati… quelli ed una stazione del metrò abbandonata poco distante dal parco ad esempio …

Credimi , ci ho passato quasi tre settimane senza mai sentire il bisogno di uscire senza sentirmi claustrofobica o peggio… doc e J vivono là la maggior parte del tempo… le ricerche per una cura alla malattia del piccolo potrebbero essere a buon punto e risolutive per quanto ne so già domani, ma nel frattempo il progetto ombra potrebbe cercare di riprendersi scienziato e cavia… e Kunga ed O’Hara potrebbero tornare ancora…

Quella volta doc non mi chiese nulla… però più di una volta in seguito mi ha proposto di andare là per dargli una mano… un’esperta in tecniche marziali ed armi, un angelo guardiano insomma potrebbe decisamente fare a caso suo… non che contro una massiccia invasione del bureau io o te potremmo organizzare qualcosa, anche con le difese del lab probabilmente, però , una sentinella, una compagnia per J e doc, qualcuno che possa far passare sonni tranquilli… beh ce ne sarebbe bisogno!

E magari anche tu potresti averne bisogno…

Ascolta, non ti sto chiedendo nulla, il mio è solo un consiglio. Capire se decidessi di non seguire e  ti chiederei solo di bruciare tutto e dimenticartene…

Altrimenti, ecco quello che devi fare : 

avrai trovato sicuramente i documenti falsi e la chiavetta, insieme alla desert eagle, bene, il primo passo è completo, adesso senza essere vista cerca di raggiungere Port Authority, al deposito della stazione degli autobus c’è un armadietto che puoi aprire con quella chiave che ti ritrovi in mano adesso, mettila in tasca , è importantissima…

il numero della cabina è 137/b , aprilo seduta al bar del deposito… c’è talmente tanto traffico che sarà impossibile a chiunque riconoscerti, ed è così che dovrebbe andare se, come penso, sei nei guai belli grossi proprio ora…

comunque, nel pacchetto all’interno dell’armadietto, dovresti trovare poche cose, un tesserino magnetico, una chiave ed un foglietto di carta con un codice…

vediamo come rendere utili queste coste…

al confine del park , puoi riconoscere il Dakota building, recatici e chiedi al portiere di vedere le cantine, come nome dà Ortensii, credo che sia uno dei pochi posti dove anziché vergognarsi, avere quel cognome fa comodo, parecchio…

la chiave apre appunto la cantina di un vecchio appartamento, un lascito per mia madre dal mio affettuoso paparino…

comunque, si tratta della cantina numero 77/est 

trova una scusa per liberarti del portiere e chiuditi dentro, la lampadina dovrebbe ancora funzionare, anche se, non dovrai rimanere là dentro parecchio… chiudi a chiave la porta dall’interno… c’è un congegno elettronico programmato per attivarsi quando la porta viene chiusa dall’interno…

in questo modo il vecchio armadio sul fondo, anziché mostrare un fondo di ciarpame e muffa dovrebbe lasciar spazio ad  una botola…

a questo punto ti serve un po’ di pazienza ed il tesserino magnetico che hai trovato… inseriscilo nella fessura…c’è luce verde sul display, non dovresti temere il buio più di tanto… come in un bancomat inseriscilo… sullo schermo apparirà una procedura di inizializzazione…

siccome retina e impronte digitali possono essere trapiantati, e con un po’ di pazienza un modulatore vocale può imitare qualsiasi voce, abbiamo pensato in grande… apparirà un ago (sterile ed indolore tranquilla bimba…) collegato ad una siringa che da dove vorrai… meglio se sul pollice, preleverà un campione i sangue…

neppure il progetto ombra è così avanti sulla clonazione… il DNA è unico come metodo di riconoscimento infallibile.. ahimè implica una piccola cicatrice ad ogni ingresso, ma nulla di trascendentale, credimi…

comunque , dopo circa sette minuti si aprirà la botola… è un passaggio sotterraneo che conduce alla fermata del metro’ di ci ti avevo parlato… la strada è illuminata e ben ventilata, nessuna paranoia da Lara Croft quindi… segui la strada finché non ti troverai di fronte ad un’altra porta a display… a questo punto riutilizza la scheda magnetica e preparati a farti pungere per una seconda volta…

se tutto va come dovrebbe, e non vedo perché no, quello che vedrai dopo ti lascerà col fiato sospeso… la stazione completamente rimessa a nuoto… il vano dei binari riempito come una piscina… attenta agli squali baby eheheheh… e poi una struttura illuminata dal sole non chiedermi come…

a questo punto sarai all’interno del complesso del teamlab… siediti nella sala d’aspetto, dovresti sentire della musica dei Creedence Clairwater Revival, a quel punto.. purtroppo là sotto non si sente molto altro, doc non ti conoscono, ma sanno perfettamente che, se sei arrivata là, da sola e disarmata non rappresenti una minaccia… lo scanner alla seconda porta gli avrà già detto della mia desert eagle… è taggata quindi anche lei…

quello che devi fare adesso è prendere doc in privato e dargli il foglio di carta che ti sei portata dietro…

è un codice particolare che, purtroppo J conosce bene, ma ce per adesso sarebbe meglio evitargli…

è un frammento della prima lettera che doc mi scrisse quando ci conoscemmo al college…

coraggio allora,

ti saluto piccola, e ti ringrazio, perché oltre che speranza mi hai regalato un sacco di risate, e dio sa quanto ne avessi bisogno…

sei forte  sono sicura che ce la farai…

non credo che Kunga ed O’hara avrebbero una ragione precisa per seguirti, in fondo pur conoscendoti e collegando il tuo caso al mio, potresti semplicemente essere un’amica che va a recuperare un cimelio dell’altra…

Stella, dolce amica mia, grazie, ti voglio bene, aspera ad astra

Margherita

p.s. non ti preoccupare, doc capirà, sa che piuttosto che separarmi da quel foglietto preferirei morire…  appunto… 


Episodio 14

Introducing Estela Hogan (NC0058A7)

Qualche nodo si scioglie, a volte

 

Nome : Hogan, Stella

Professione : investigatore privato, guardia del corpo                                                            (ufficiale di polizia in  congedo)

 

File #7

Classificazione : alpha

 

Sei mesi, quasi sette. I mie demoni non la smettevano di tormentarmi. Da sette settimane avevo ripreso a spiare il clan Mi, ma dopo quell’apparizione atroce,  non ebbi più occasione di guardare veramente a fondo. Di spiare la versione perversa della mia luce. Che nei sogni tornava sempre più vivida. I risvegli nel mio appartamento erano sempre bruschi e sudati, mescolati alla sensazione di aver lasciano qualcosa interrotto e consapevole, spiacevolmente, di essere osservata. Cosmo e la sua organizzazione ricevevano un rapporto settimanale sulle mie esplorazioni, io poche informazioni in cambio. La cosa che più mi preoccupava erano però gli sguardi di Darlene, sempre più seri e violenti, non parlavamo quasi più. Ed io stavo cominciando a diventare paranoica.

 

Le vibrazioni del cruscotto, il fragrante aroma della plastica riscaldata riuscivanoa tranquillizzarmi. A volte nei lunghi turni di pattuglia capitava che mi assopissi e Maggie me lo permetteva. Non ero arrivata a comprenderla fino in fondo, ma la sua storia aveva un senso, mi colpiva molto più delle stilettate dei colleghi, le battute triviali e gli scherzi di bassa lega. Come spostare le nostre cose negli spogliatoi degli uomini o chiamarci lesbo boyz. Ma alla fine era quasi più rilassante trovarmi in quelle situazioni piuttosto che l’interno del mio appartamento soffocante, desta solo poche frazioni oniriche, fotogrammi intensi in cui una sola semplice era chiara : la luce.

 

Poi un giorno qualcosa è scattato. Mentre telefonavo a Maggie, decidendo su chi veniva a prendere chi per un’uscita, era la mia sola amica e sapeva un sacco di cose in più sulla città, su posti che io neppure avevo immaginato esistessero, avvertii di nuovo quel crepitio elettronico nell’etere.  Salutai frettolosamente Maggie e cercando di fare finta di nulla sgattaiolai in salone. Darlene era lì, era a due passi dal telefono. E lo sguardo distratto. Il mio cuore pulsava violentemente, avrei voluto aggredirla e sbraitarle contro tutta la mia rabbia. Poi realizzai una cosa. Se le parole di Cosmo erano vere,  il mio appartamento era costantemente sotto osservazione, specie ora che il nostro rapporto era più regolare. Se Darlene avesse ascoltato altre telefonate, se avesse fatto altre cose del genere sarei stata messa in guardia. No era impossibile. A meno che lei non lavorasse per la stessa organizzazione. Stavo davvero diventando troppo paranoica. Strinsi gli occhi e corsi a prendermi una birra ghiacciata cercando di sembrare più disinvolta che potevo. Non avrei potuto più utilizzare il telefono.

 

Quella sera raccontai tutto a Maggie. Non sapevo quanto sarei potuta andare avanti. C’era solo quella luce che mi attraeva e bruciava come una falena. E lei si era aperta a fondo con me, mi aveva raccontato la sua.

 

Cosa farai adesso ?

Non lo so… 

Paura ?

No stranamente no, la smettesse solo di fare questo caldo…

E NY bimba dovresti esserci abituata

Si, ma non lo sentivo così tanto da…

Da ?

Da quando vidi la Luce, la prima volta…

Este ascolta… io non mi sono mai trovata in situazioni di questo genere, anche se, qualcosa del genere l’ho affrontata anche io…

Davvero?

Un giorno ti racconterò… spero il più tardi possibile… quello che posso dirti è che dovresti scomparire per un po’…

Uhu ?

Via da casa tua, lontana da cosmo o quello che è… vedere cosa succede amplificando gli eventi…

Sono io con te, al solito ti copro le spalle…

Si ma… dove … dove vado ???

 

Stava per dirlo. Non avrei immaginato cosa stesse per accadere. La radio trillò un 911 tra King e la Arthur, una rapina dei Mi finita in carneficina. Strano. Non feci neppure a tempo a realizzare che erano parecchio fuori da loro territorio e che, curiosamente, eravamo le più vicine. Di parecchio.

Ma forse, in fondo, stavo solamente diventando paranoica.

 

Quando entrai in casa di Maggie avevo nausea a e vertigini. Parte del mio braccio destro ancora non si era risvegliata per via delle iniezioni di morfina. Le luci nell’appartamento di Maggie erano sistemate per rilassare, accomodate ai bordi delle stanze, mai dirette, mai troppo potenti. Eppure di ognuna i ne vedevo il triplo. Chiusi tutto e mi lascia andare contro il suo divano in pelle conciata, bianca. Mi resi conto del sangue appena in tempo, scivolai per terra e , in dieci secondi mi addormentai.

 

Quando riuscii a riprendere coscienza il telefono stava squillando da un’eternità, ogni tanto faceva capolino nei miei incubi, ma era una presenza troppo lontana per destarmi e farmi reagire. Quando finalmente aprii gli occhi non ce la feci a correre a rispondere, anche ammesso di poter essere capace di trovarlo il telefono. Ricordavo a malapena dove fossi. Mi sfilai la giacca. Il sangue coagulato dalla ferita alla spalla l’aveva fatta appiccicare al braccio. Lo sfilai con due colpi mordendomi le labbra per non gridare.  Due strattoni e quasi rischiai di fare aprire la ferita ancora una volta. I capelli mi scivolavano egli occhi ed in bocca. Un retrogusto amaro mi travolgeva le papille gustative e le vertigini mi lasciavano attonita ogni volta che cercavo di premere un interruttore quando questo in realtà era venti centimetri più a sinistra. Ma almeno era scomparso quel pressante tamburellare della notte. Corsi verso il bagno. Prima mi fermai a guardare il divano. Nessun segno. Sapevo bene quando Maggie c tenesse. Quanto ci teneva. Un singhiozzo m arrivò in gola e riuscii solo a portarmi una mano alle labbra, le morsi. Il sapore del sangue e quello dei medicinali si mescolarono. Rimasi immobile mentre il telefono riprendeva il suo cantilenare meschino. Che vita bislacca , pensai, come ci ero finita in questo casino colossale?

Corsi alla doccia,  e comincia a  lasciar scorrere l’acqua calda. Il suono, familiare, ciclico, ebbe uno strano effetto calmante. Comincia a sfilarmi di dosso il resto dei vestiti. Guardarmi davanti allo specchio, nuda, ferita, malandata, mi diede un senso di nausea. Portai una mano alla bocca per non gridare. Ma non successe ugualmente nulla. Un singhiozzo sordo mi arrivò attraverso la gola, un brivido, poi un altro, poi cominciai a tremare.  Mi buttai sotto l’acqua.

 

Un sospiro, le gocce precipitavano, canticchiavano contro la ferita sulla spalla. Bruciava, lasciandomi poco spazio per riflettere. I raggi del sole, riflessi da sotto le veneziane producevano un’iride multifocale stampata nel tappetino umido. Due, tre gocce rosse sbloccarono la simmetria. La ferita si era aperta di nuovo. Trovai nella stanza di Maggie una maglietta ed un paio di pantaloni della tuta che avrebbero fatto al caso mio.  Cominciai a compilare mentalmente una lista mentale delle cose che avrei dovuto fare. Come prima cosa avrei avuto bisogno di abiti puliti e di altre oggetti. Il che significava tornare nel mio appartamento, affrontare il rischio, ma farlo. Un paio di sirene trillarono in fondo alla strada. I muscoli si contrassero senza che io volessi, un solo istante. Stavo di nuovo tremando. Chiusi gli occhi. Lasciai che la piena di ricordi invadesse ogni frazione di mente libera…

 

Mi stava dicendo di venire da lei , per un po’. Non ci scambiammo altre parole, Maggie ed io. In macchina l’odore di caffè e ciambelle si mescolava all’adrenalina. Sembrava ad entrambe strano che sei Mi fossero così lontane dal loro territorio. Tremavo, il fatto che proprio noi fossimo così vicine, soltanto noi, sembrava un messaggio diretto a me. Pensai alla storia di Cosmo, ma non feci in tempo a pensare ad altro. Il posto era una drogheria sull’angolo della strada, di quelle povere, non potevano aver trovato molto. Avevano sparato alla cassiera, il marito aveva risposto al fuoco con un vecchio fucile a pompa. Ne aveva colpito uno, ma gli altri tre lo avevano preso al torace andandosi a nascondersi nella stanza di controllo della fermata della subway poco davanti. Rimanemmo in ascolto, poi Maggie decise di andare a controllare. Avevano provveduto ad isolare la linea. I pochi passanti che si trovavano da quelle parti si defilarono. Tenevo stretta la mia arma, Maggie  poco davanti. Poi, successe tutto all’istante. Maggie calciò contro la porta dello stanzino, il tonfo metallico risuonò pesantemente dilatandosi in un rumore sordo distorto, le strilla di Maggie rallentarono, io mi inginocchiai, dietro di noi qualcosa si mosse, mi voltai, uno dei tre mi fissava con l’arma puntata. Chiusi gli occhi e premetti il grilletto. Due colpi fendettero l’aria.  L’istante successivo ero a terra con la spalla in fiamme. Il Mi  rovinò in terra, immobile. Almeno questa volta avevo fatto centro. I miei respiri ripresero ritmo. Mi girai sorridente verso Maggie. Solo che Maggie non c’era più. Il colpo che aveva preso di striscio me aveva centrato la schiena di Maggie che non aveva fatto in tempo a voltarsi. Chiusi gli occhi, colmi di lacrime. Sapevo che cosa stava succedendo come se stessi vedendo la scena al TG del prime time. Cercai d sollevarmi quando la porta di metallo si mosse. Pochi istanti e gli altri due schizzarono fuori. Parlavano cinese. Ridevano, avevano il fiato corto, sembravano eccitati. Si fermarono prendendo a calci le spalle di Maggie. Con gli occhi serrati li guardai. Pensai alla Luce un ultimo istante. Forse dopo non avrebbe più avuto segreti per me. Puntarono il fucile a pompa del droghiere. Mi guardarono smettendo di respirare, come due rettili. Rimasi immobile. Poi l’altro lo fermò, gli mise un braccio sulla spalla e mi indicò…

Sparirono per strada prima che io facessi in tempo a svenire.

 

Un minuto dopo il soffitto cominciò a muoversi, ed a diventare meno profondo, poi cominciò a somigliare ad uno scivolo. Ancora pochi secondi e tutto fu solo luce del sole e alluminio anodizzato al sapore di ammoniaca. In ospedale mi dettero della morfina. Poi mi lasciarono riposare.

Avvertii alcune voci… frammenti per lo più

È qui. Stavolta le sarà bastato… piano, potrebbe servirci ancora… è linkata oramai…

Il mio cuore accelerava, la voce era quella di Cosmo. Cercai di sollevarmi. Nell’armadietto dei medicinali della stanza, per fortuna una vetrinetta, riconobbi le fiale di morfina. Spaccai il vetro con il gomito e ne iniettai un paio, tenendone altre cinque in tasca… la spalla pulsava. Infilai una giacca e cercai di raggiungere Maggie. Non sapevo come fare per contattarla. Ogni volto sembrava un volto nemico, ogni espressione nascondeva un MI, Cosmo, Darlene. Chiunque.

 

Avevo il fiato corto, la fronte imperlata di sudore. Nascosta contro un muro sarò sembrata ridicola. Il soffitto sembrava incredibilmente basso il pavimento affusolato, bombato. Feci due passi, verificai che la gravità non facesse piovere gocce di soffitto tra i miei capelli. Movimenti troppo veloci provocavano terremoti profondi fino alle radici del mio cuore. Sospirai. Chiusi gli occhi, contai fino a diecimila. Polvere colorata dipingeva i camici dei medici lungo il corridoio verdastro. Entrai in apnea e sgusciai via dietro ad una lettiga. L’odore di ammoniaca mi dava il voltastomaco. Dieci passi e capii. Dovevo scappare, anche se , mai, nulla ,sarebbe potuto tornare come prima. Provai a pensare alla Luce , solo che, invece che quietarmi, mi attraversò una scarica elettrica, rivitalizzante ma spiazzante.

In un istante tutto sembrò più chiaro. Vidi due infermieri recarsi in una stanza. La porta rimase aperta una sola frazione di secondo, ma riuscii a riconoscerla. Con la flebo al braccio, gli occhi nascosti da occhiaie di sangue. Cercai di appiattirmi dietro ad una colonna. Ne uscirono due uomini in doppiopetto con giacche troppe strette che lasciavano intravedere le fondine. Un brivido mi attraversò la schiena. Aspettai cinque secondi poi mi mossi più velocemente possibile. Fu come se anche le mie spalle avessero occhi. Pochi passi. E mi chiusi dentro a stanza di Maggie. La porta aveva un piccolo fermo. Lo utilizzai e poi vi spostai contro anche una lettiga. Maggie respirava a fatica ma sembrò riconoscermi immediatamente…

 

Este…

Si…?

Faccio in fretta…quei bastardi che sono appena usciti sono venuti a finire il lavoro…

Che vuoi dire…

Che sono ancora capace di riconoscere il cianuro… credo credo  che mi rimanga pochissimo tempo perciò ascolta…

Le chiavi di casa mia sono nascoste al solito posto, vai là e chiuditi dentro… avrai pochissimo tempo, massimo… massimo ventiquattro trentadue ore… cerca all’interno della scrivania in salone, c’è un finto cassetto con una lettera che ho scritto per te… sono… sono delle istruzioni… da quello che ho capito non avrai molta possibilità… si tratta di J… te ne ho parlato … muoviti però…

Meg…

Ascolta Este… ti sono grata sai …nessuno mi aveva dato fiducia… sarei potuta innamorarmi di te sai…

 

Rise amaramente. Dei colpi si sentirono contro la porta, tonfi sordi, potenti. Mi guardai attorno. Maggie provò a sorridere, corsi alla finestra, la spalancai, sotto c’era il tetto di un’ambulanza. I tonfi erano sempre più consistenti. Mi strinsi nelle spalle. La testa mi girava forte. Poi decisi istantaneamente.

 

Tre secondi dopo due guardie e probabilmente tre uomini dell’organizzazione di Cosmo mascherati da infermieri sfondarono la porta. Delle sirene trillavano fuori nell’atrio. Le voci erano pressanti. Corsero alla finestra.

 

Maledizione  scappata. Si ma dove. L’altra? L’altra non ce l’ha fatta. E come mai quel sorriso? Che razza di smorfia. Dobbiamo occuparci dell’altra. Nell’atrio presto.

 

 

Corsero via in pochi istanti. Sbucai fuori dal letto di Maggie. Le lenzuola avevano fatto il resto.  Strisciai fuori, in piedi le vertigini sembravano più aggressive. Carezzai la fronte di Meg, la baciai. E poi mi avvicinai alla finestra. Uno dei finti infermieri stava correndo dietro ad una coppietta. Mi voltai. Presi un bisturi e mi tagliai i capelli, un cappellino da baseball dietro la porta e gli occhiali da sole di Maggie fecero il resto. Respirai e cercai di muovermi il più velocemente. Raggiunsi l’ascensore. Salii otto piani e poi scesi con le scale. C’era una seconda uscita, collegata alla metropolitana. Raggiunsi la vettura e mi guardai attorno. Anche nel frastuono mio e della stazione avvertivo degli ordini. Mi voltai. Cosmo era là. Sorrise. Le porte si stavano chiudendo davanti al mio naso. Avrebbe potuto chiamare i due gorilla, avrebbe potuto far fermare il treno. Avrebbe potuto. Ma non lo fece.

 

Ed io arrivai qui.

 

Lacrime a volontà.

Episodio 13

Il taccuino di Normal Code #5

Strani soffitti confusi

 

E così, pensò, sarebbe dovuto succedere prima o poi. Il vecchio direttore glielo aveva ripetuto un milione di volte. Normie , sbuccia le apparenze ancora un po’ e vedrai. E vedrai.

Ed alla fine aveva visto davvero. Con il sapore di polvere e sangue in bocca. Ed i calcinacci che continuavano a piovergli in testa con frammenti di fotografie e camicie hawaiane.

E quella strana impressione, una presenza forte, che lo stringeva così forte che le costole, quasi, avevano ceduto. E lui che, del tutto incredulo, o forse sotto shock?, continuava a ripetersi incessantemente : abbiamo davvero saltato nove metri ? Normal aveva il fiato mozzato mentre in lontananza si sentivano le prime sirene. Con gli occhi socchiusi Norm si guardò in giro. Il resto del quartiere era completamente deserto. Bene, si disse cercando di convincersi, bastava aspettare un po’ e tutto si sarebbe sistemato. Ma allora perché le tempie gli pulsavano così violentemente? Il tizio che lo aveva trascinato giù dal palazzo, la sua pelle coperta di qualcosa simile al latex lo fissò senza capire cosa Norm cercava di dirgli.

amico, devi fermarti… non ce la faccio più…non le senti le sirene, siamo a posto ora…

Norm avvertì uno stridio intenso mescolato all’odore di gomma bruciata. Un bolo si sangue e saliva gli si fermò in gola e per un attimo credette di soffocare. Sputò, ed il sollievo gli fece vedere chiaro per la prima volta. ad un braccio di distanza, dove poco prima avrebbe trovato il suo comodino con una mezza dozzina di libri sopra, c’era il paraurti cromato di una Buick Skyline. Le ruote giravano ancora a vuote, morse dai freni. L’odore di gas di scarico si fece così acre ed intenso che per un attimo Norm sentì il suo cervello galleggiare. Avvertì una sensazione di umido sulla mano che toccava l’asfalto. Pioggia, pensò, strano, il cielo è sereno. Era sangue, il suo, che colava dal naso come fosse un rubinetto arrugginito. Sembrava sempre più difficile concentrarsi.

credette di svenire. Invece doveva essere solo la misteriosa figura che lo trasportava via, di peso. Stinse gli occhi, Norm, non appena percepì la fragranza acre del deodorante per macchine. C’era anche odore di sigaro cubano, che impregnava le foderine. Un istante prima di perdere conoscenze, Norm guardò due grossi dadi di peluche ondeggiare attaccati allo specchietto retrovisore. Sospirando credette di morire.

 

Quando tutto smise di girare la sola cosa che gli sembrava ovvia era l’avere di nuovo 15 anni quando il di lunedì mattina non voleva fare altro che restarsene a letto. Le palpebre dense di sonno, la  mente sospesa in un tempo profondo e desolato. Cercò di rigirarsi sotto il guanciale ma una fitta profonda lo percosse lungo tutta la spina dorsale, riportandolo alla realtà. Quella ed il desidero di urinare.

Norm provò a mettersi ritto sul letto, ma le braccia non reggevano, si sentiva male, la bocca secca. Un ticchettio elettronico regolare accompagnava il ritmo asfissiato del suo cuore, e dovevano avergli applicato un catetere. Provò ad ignorare l’imbarazzante sensazione di essere a letto in questo stato e poi si guardò in torno.

 

Respirò a fondo, della polvere gli attraversava la gola, le orecchie rimbombavano, tanto da non consentigli di percepire il suo respiro. Si strinse nelle braccia, provava dolore. Le costole. Se chiudeva gli occhi, la nausea sembrava aumentare.  Un conato gli contraeva l’esofago, facendogli tornare in mente il viaggio in Buick. od almeno alcuni frammenti distorti.Tutto somigliava ad un assurdo collage di fermo immagine stracciati e mescolati in un mosaico privo di senso.

Tre istanti.

 

Estratto della conversazione all’interno del MedLab, Normal Code, ignoto#1, ignoto#2

 

I1 sei sveglio ora ?

NC come… cosa ?

I2 però, hai dormito parecchio… hai idea di che giorno sia ?

NC dove, dove sono ?

I1 per adesso non ha importanza… medlog indica che le tue funzioni vitali sono                 ristabilite al 79%, in via di miglioramento…

NC io… mi sento confuso…

I2 è abbastanza comprensibile , dopo quel volo è un miracolo che riesci a tenerti in un solo pezzo

I1 non esagerare J, non è il caso…

NC io… io ti riconosco…

I1 ne sei davvero sicuro ???

NC si… abbastanza… eri nel mio appartamento, eri allo stadio…

I1 J… puoi lasciarci da soli per favore…

 

Rumori di fondo, un trillare meccanico, una porta che si chiude , probabilmente

 

I1 cosa ricordi esattamente ?

NC abbastanza da sapere che ho parecchio domande da farti… che cosa significa questa mascherata ?

I1 ci arriveremo, se avrai fiducia in me…

NC cosa è successo… il tuo capo deve avercela a morte con me

I1 cosa ti fa pensare che non ce l’abbia a morte anche io con te?

NC non vi sareste presi la briga di collegarmi ad un …coso… come si chiama Med qualcosa…

I1 medlog è un’unità diagnostica di tipo sperimentale, medlab è il locale dove ci troviamo…

NC CIA o FBI ?

I1 nessuno dei due, diciamo che ci troviamo all’interno dell’abitazione di un buon samaritano

NC un buon samaritano molto ricco

I1 parecchio ricchi…

NC non so come ti chiami…

I1 francamente Normal… ah, posso chiamarti Normal ?

NC si certo…

I1 francamente Noral per adesso non lo so neppure io

NC non lo sai ? è uno scherzo o cosa ?

I1 no… vorrei che lo fosse, so soltanto che c’è un numero, 02 che mi rimane familiare e poco altro

NC ok 02, posso chiamarti 02 ?

I1 touché… si può andare…

NC allora, facciamo finta di essere per davvero nella casa di un buon e ricco samaritano, e    che davvero tu ti ricordi solamente qualcosa che suona come 02… perché avresti dovuto salvarmi ?

I1 sono in fuga Normal, sono scappato poco prima di finire nel tuo appartamento, non ricordo nulla del mio passato remoto… il… il mio capo doveva eliminare delle prove della nostra esistenza, non saremmo dovuti apparire , neppure pubblicamente, prima del 27

NC aspetta aspetta… vuoi dire che io …che i miei figli saremmo delle ‘prova delle vostra esistenza’

I1 non loro … tu… hai avuto un contatto con altri agenti, ti hanno voluto dare delle possibilità, ma tu le hai rifiutate…

NC ah… quella donna… non ho voluto rifiutare nulla… io… io dovevo solo capire

I1 sei un giornalista

NC non di quelli famosi…

I1 per questo potresti servirci…

NC in che senso…

I1 lavori nella stampa da abbastanza tempo da capirne le meccaniche, eppure rimani un semplice collaboratore da NY dopo anni di lavoro… conoscenze ma non eccessiva credibilità …inoltre… come giornalista sportivo… fai parecchio schifo…

NC si… vero… non ne azzecco una… cosa vuoi allora ?

I1 semplice… contro informazione situazionista, culture jamming…

NC come ?

I1 vedi il mio vecchio datore di lavoro credo ce l’abbia con me ben più che con te, entrambi ci vuole morti..

NC perché entrambi ?

 

I1 vedi, nel mio campo non  si può semplicemente andarsene via sbattendo la porta, esistono dei vicoli… indissolubili

NC mmm

I1 ho una proposta da farti…

NC una di quelle che non si possono rifiutare immagino

I1 ho paura di si, la situazione è terribilmente compromessa, se accetti posso garantirti salva la vita, e in un certo qual modo, potrai continuare a lavorare nel tuo campo…

NC se rifiuto ?

I1 se rifiuti non ci lasci molte scelte.. ti ho voluto salvare perché se eri venuto a scoprire i pochi insignificanti dettagli che ti sarebbero costati la vita, in fondo era in parte anche colpa mia… ma adesso sai troppo, di questa installazione, potresti essere in grado di ricordarti qualcosa…

NC è assurdo… non ricordo nulla dopo quel volo…

I1 loro… loro hanno modi per penetrare il subconscio che neppure immagini, nessuno dei quali ti consiglio

NC capisco…

I1 non voglio metterti fretta… ma devi decidere…

NC non mi piacciono le tue minacce velate, ma sono quasi sicuro di leggervi dietro altro… inoltre, credo che tu sia decisamente riuscito a sollecitare il mio interesse…

I1 vuol dire che accetti ??

NC direi di si, di che cosa si tratta…

I1 non ora… avremo tutto il tempo, domani conoscerai una responsabile del centro sarà lei ad introdurti nel tuo nuovo lavoro… e un’altra cosa…

NC si ?

I1 da ieri mattina all’alba, sei ufficialmente morto… suppongo dovrei porgerti le mie.. condoglianze…

 

Episodio 12

Introducing Estela Hogan  file #3

conseguenze

 

 

 

Fu il telefono a svegliarmi. L’acqua gelida e la schiena indolenzita mi fecero solo scattare male. Sbattei contro la porta prima di ricordarmi di averla chiusa a chiave. E raggiunsi il dannato apparecchio mentre soffocava a metà l’ultimo squillo. Ero sola nell’appartamento. Le luci spente ed il rumore attutito di strada mi calmarono. Mi asciugai, presi una camicia ed una birra gelida. Guardai l’ora. Mancava molto poco a dover affrontare pure Stetson ed i suoi misteri. Vicino al letto, l’aria era quasi soffocante. Fu allora che il telefono riprese a squillare.

Pronto? Rispose un crepitio elettrico. Potevo anche sbagliarmi, ma stavano registrando la mia voce.

Rimasi in attesa, in silenzio. Signorina Hogan?   Era una voce seppellita sotto strati di polvere, troppo lontana perché potessi riconoscerla.

Si ricorda chi sono?

Credo, credo di si… il timpano cominciò a produrmi, come se avvertisse un’improvvisa sensazione di pericolo. Perché sta registrando la telefonata?

Un amico comune. Mi ha suggerito che forse lei avrebbe avuto bisogno di aiuto, capirà, per motivi di sicurezza nazionale sono costretto a farlo. Intendo registrarla. Parlava proprio di me, non della mia voce. Era di me che stava prendendo nota. Naturalmente mi auguro di non aver ascoltare nulla di terribilmente compromettente. 

Non ne ho idea. Risposi singhiozzando. Stavo dando l’idea di essere più terrorizzata che curiosa. Forse dovremmo vederci. 

Mi piacerebbe, trovo che il suo abbigliamento attuale le doni molto, ma sono impossibilitato a lasciare il posto dove mi trovo.

Scattai verso la finestra. Non c’era nulla, a parte il crepitio. Come fa a…?

Come sapevo di trovarla in casa anche se precedentemente non aveva risposto. Ora, se non le spiace, non posso perdere altro tempo, sempre che sia ancora interessata a concedermi informazioni.  

 

Mandai giù un’ultima sorsata prima di ricominciare tutto di nuovo per Cosmo. Poi, tentata di sfilarmi la camicia, raccontai delle ultime ore. La voce disse che una squadra stava raggiungendo il posto mentre parlavamo. Avrei voluto essere presente all’interrogatorio. La voce disse che avrebbe visto quello che poteva fare.

Fu solo capace di assicurarmi che il mio nome non sarebbe comunque saltato fuori.

Ne uscivo pulita, insomma.

 

Tornai in camera da letto. La storia delle cimici era eccitante, sotto qualsiasi punto di vista. Mi infilai sotto le lenzuola e lascia che il calore trascinasse fuori tutto. Prima di rendermene conto singhiozzavo muta, dopo tutto quel silenzio, tornavo a misurarmi con quella luce.

Non padre Delgado. Non mio figlio. Perché era una luce differente, deviata, oscura.

 

Ma era la luce che mi rammentava che dopotutto non ero pazza.

 

Il mattino dopo fu come essere  travolti da un autoarticolato in corsa. Aiuta guardare le cose sotto una nuova prospettiva. E non c’era più dolore per tutti gli anni trascorsi in solitudine. Neppure per Enderson. Forse solo un po’.

Stetson mi aspettava nel parcheggio con del caffè fumante. Sorrise, tutti quegli sguardi indagatori, sono per noi.

Mi morsi il labbro. Ma sorrisi davvero.

Le prime ore scorsero via tranquille. Una lite coniugale, due borseggiatori ed un barbone ferito. Mi facevo strada nel traffico in completa naturalezza. Quasi non fossi davvero io. All’ora di pranzo si offrì di andare a prendere i panini mentre , con grande meraviglia mi accorsi di poter ancora tendere le falangi e lasciare in pace il volate.

Mi guardai alo specchietto. Sorridi, pensai. Questo è il primo giorno del resto della tua vita.

Rilassai il collo e socchiusi gli occhi al tepore del parabrezza.

Guarda che se ti fai beccare dal sergente così non la passi mica tanto liscia. Voglio dire metti che un malintenzionato ti punti un’arma addosso.

Mi sa che sbuffai, però i capelli mi diventarono elettrici , guardandola.

Sta calma… guarda che stavo solo cercando di rompere bene il ghiaccio.

Continuavo a non trovare nulla da dire.

Dovevi vedere me ai tuoi tempi e non mi era successo neppure la metà delle cose che ti sono capitate… più avevo paura, più continuavo a fare cazzate… certe pure belle grosse.

Mi chiesi se per caso non fosse arrivato il momento delle piccole confessioni tra amiche in pigiama.

Pensa che una volta chiusi la pistola d’ordinanza del collega e la mia nel bagagliaio, un’altra volta quasi c rubarono la volante perché avevo lasciato le chiavi nell’abitacolo…e vogliamo parlare delle macchie di caffè…santiddio…

Non mi rimaneva che sorridere. Era buffa una donna così compita, misteriosa nei suoi occhi e capelli scuri eppure così maldestra. Ne ero affascinata.

E davvero avrei voluto approfondire, ma un codice trillò alla radio e prima ancora di averlo inteso corsi verso l’indirizzo. Una rapina in drogheria, il tizio ancora rinchiuso dentro. Dovevamo prendere posizione ed aspettare rinforzi. Mica poi tanto banale come primo giorno.

Il tizio aveva una specie di coltello di precisione per cui non fu tanto liscia. Ma noi questo ancora non lo sapevamo. Stetson mi guardò di striscio. Non ho mica voglia di aspettare qualche macho che si faccia il lavoro al posto mio, coprimi bella.

Era già fuori perciò non mi vede roteare gli occhi. ma forse lo spettro di Enderson si. Che diavolo mettevano nel caffè qui?

Ero parecchio a corto di idee brillanti perciò presi il cannone e la seguii almeno questa volta ero stata invitata. Tre metri dopo era davanti alla porta sul retro, pronta e cazzuta mentre a me continuavano a sudare le mani. Il fetore che ci accolse puzzava, se capite il doppio senso, ed ancora non era successo nulla.

Già per circa un secondo.

Il tipo fece capolino da un angolo vestito solo del coltello e di un sorriso distorto. Urlò. Stetson gli intimò qualcosa ma le parole a me arrivarono rallentate. Puntò l’arma, il pazzo caricò il braccio. Non sei te che voglio è lei. E cristosanto guardava proprio me.

Stetson fece fuoco due volte. Disintegrandogli la faccia e bucandogli lo stomaco. Spruzzò così tanto sangue da non sembrare reale. E la lama rotolava ancora fendendo l’aria. Incassai la testa nelle spalle aspettando l’impatto. Che arrivò. Quel bastardo era morto eppure mi aveva fatto volare il cappello prima di conficcarsi nel muro alle mie spalle.

Caddi all’indietro quasi facendomela addosso. Ancora.

Bel colpo ragazza, tu si che li streghi gli uomini. Avvertii delle sirene in lontananza, mentre un rivolo di sangue mi scivolava lungo il naso.

Annuì. Speriamo non vada allo stesso modo pure col tenente. I paramedici stavano già entrando.

Per la seconda volta in tre azioni lasciavo la scena del crimine in barella.

 

Il letto era scomodo, i tendini contratti. Mi svegliai con la precisa sensazione di essere osservata. Ma le luci al neon rendevano tutto più difficile. Stetson mi guardava poco distante. Con una giacca con le frange ed i capelli sciolti era davvero carina.  Ma io cercavo solo di non vomitare. Ho sete. Indicai il comodino ma riuscii solo a produrre un suono gutturale, tipo un rutto. Stetson mi porse un involucro di plastica stampata. Mi rovesciai addosso metà del contenuto e col resto mi strozzai.

Finito lo show Stetson mi disse che ero svenuta in ambulanza, probabilmente per un calo di pressione. Mi avevano applicato dei punti per il colpo in testa ed a lei delle sanzioni per lo stesso. Aveva pregato il tenente per escludermi dalla storia e,  quanto pare, c’era pure riuscita. Un bel vaso di fiori troneggiava dal comodino.

Stetson sorrise divertita.  Oh, mica li ho portati io… sarà qualcun altro dei tuoi ammiratori. 

Mi porse il biglietto.

 

 

                              Si riprenda,

                                              poi riprenderemo il resto

                                                       cosmo

 

 

 

Vedi che non c’entro niente? Sbuffai, avevo dimenticato l’altra faccenda in sospeso. Parecchio strano il nome, vabbè che con i tuoi gusti. Stetson aveva una strana voglia di scherzare. Sistemò la sedia più vicina a me e si fece improvvisamente seria. A parte tutto bella, dobbiamo proprio farci una chiacchierata appena esci da ‘sto letamaio, mi devi una spiegazione.

Il pazzo con il suo coltello era ancora di fronte a me, certe volte non serviva neppure che chiudessi gli occhi. Già, tossii, anche tu. Sollevò tre dita e poi tutto il braccio. Se la scampo lo facciamo davvero. Promesso. Si rabbuiò completamente prima di scomparire come nebbia.

Compresi quanto fosse nera la situazione quando passò un ispettore dei servizi interno a farmi qualche domanda.

Avevo mai fatto altro nella mia vita?

 

Non avevo le idee particolarmente chiare, ma quello che mi tornava in mente avrebbe gravato sulle sue spalle. C’era un lato oscuro in lei, eppure non riuscivo a smettere di provare una recondita simpatia per lei.

Dopo le scartoffie di rito passò a prendermi. Dai che siamo di pattuglia, partner. Non avevo più sentito nulla da Cosmo ed il tempo intercorso mi era servita a leccarmi lper bene e ferite. E non mi era pesato.

Appena prima che il silenzio in macchina si facesse opprimente, Stetson scoppiò a ridere. Una grassa risate di quelle che ricordano il cielo azzurro d’estate. Credo di dover mantenere una promessa. La guardai incuriosita. Stamane il capo mi ha convocato. Sai tiravano fulmini e saette perciò ero già pronta almeno ad una sospensione. Invece, proprio mentre infuriava la tormenta è arrivata una telefonata. Non so bene di cosa si trattasse, ma giuro su Dio il capo è sbiancato ed è rimasto ad annuire. Dopo con me è cambiato tutto, ha detto che non c’era nessun procedimento a mio carico, anzi ha detto a nostro carico e che potevamo riprendere servizio tranquillamente. La radio gracchiò un allarme, che entrambe ignorammo. Niente bravate, oggi.

Per il resto, e stette molto attenta a non guardarmi, che ne dici di stasera alle otto?

 

Giusto il tempo di una doccia e di prendere vino e vivande in una rosticceria. La casa di Stetson era arredata con incredibile gusto, ogni cosa sembrava rispondere alle leggi di un equilibrio informe e delicatissimo. C’erano delle foto, sue e di un bambino. Anche di un uomo. Non una famiglia però, nessun passato.

Stetson, Meg Stetson, si cambiò con pantaloni e maglietta, si raccolse i capelli con un elastico e si sciolse in un sorriso profondo e docile. Mi sistemai sul divano. Ogni angolo era pieno di libri. Un tango argentino avvolgeva l’aria. E parlammo, come se ci fossimo sempre conosciute.

Sono contenta di averla passata liscia. Mi fanno comodo i soldi, specie se il mio sogno è quello di un’agenzia di detective. Senza più dipendenze. Ancora qualche anno e si realizzerà. Si tratta anche di farmi un po’ le ossa, fare esperienze… oh, quello che ci ha unite è stato un becero colpo di testa ma ero convinta che si trattasse di un lavoretto facile.

La sua parlantina cristallina perse colpì, rabbuiandosi.

Non ti ho detto abbastanza quanto mi spiaccia per quello che hai passato. È che ho lavorato talmente tanto da sola che non ero quasi più abituata a ragionare in termini di coppia. 

Sola?

Si, vedi, i miei precedenti partner non facevano troppi complimenti se avevano la possibilità di defilarsi.

Sul serio? Sarà l’alcool ma facevo fatica a vedere i suoi lati negativi al di là delle dicerie.

Meg si fece improvvisamente una maschera buffa, sbuffò fuori un rigurgito. Sarà perché mi piacciono i cibi piccanti. 

Mi concentrai su quella lunga serie di foto alle sue spalle. Improvvisamente avevo smarrito la voglia di una serata leggera.

La risata si trasformò in un sospiro di circostanza. Hai ragione sai. Ma se non ci rido sopra come ci sopravvivo?

I suo occhi nascosti dalla frangetta la rendevano un mistero. A cosa?

Ecco io…

Scossi la testa. Non c’è nulla che possa fare se prima non fai tu un passo verso di me.

È come se mi aspettassi che cominciasse a piangere, che usasse le mani come ventagli per mandare le lacrime indietro. Invece pizzicò il cuscino sotto i suoi piedi scalzi.

Va bene d’accordo. Da dove posso iniziare… ci sono… il nome… buffo e da vaccaro, no? Beh mi chiamo Stetson perché così si chiamava mio marito, dico chiamava non perché è morto ma solo perché non è più mio marito… c’è ancora dell’affetto tra noi, figurati che non ho trovato altro… di meglio dopo però… non c’era possibilità di gestire una vita assieme, non c’erano i mezzi… abbiamo fatto la scelta più logica, spero giusta, per noi, e per nostro figlio…

Trovai giusto il tempo di inarcare un sopracciglio.

…se ti chiedi la ragione di tutte le mezze voci che aleggiano al dipartimento, la risposta è nel mio vero nome… non Meg Stetson, poliziotta testacalda e chiacchierata bensì Margherita. Margherita Ortensii, come mio padre.

 

Vuoi dire…? Questa era grossa.

 

Beh si, mio padre era Niagara Ortensii. 

Cristo Santo.

L’hai detto sorella!

No. Soffiai sul fuoco, l’equivalente circa. È che c’è una curiosa coincidenza tra noi.

Ma non era ancora pronta per ascoltare. Me ne parlerai spero, vedi un tipo di padre così, non essere certi del modo in cui scomparve… soprattutto, non so, la paura di finire deviati in qualche modo dal suo esempio, parte della famiglia lo avrebbe persino voluto, e sì che me ne parlarono solo quando sparì, quando giurai che non sarei mai stata come lui… che ero differente, che non volevo… che volevo guai diversi e completamente nuovi…

Per fortuna si fermò per prendere fiato, non ero sicura di poter stare ancora molto dietro al suo rap.

Quando ti hanno sparato a casa Meucci gli corsi dietro più forte che in tutti gli anni di atletica al college e sai cosa gli ci è voluto per seminarmi? ‘Traditrice, vigliacca, proprio come tuo padre’.

Stavolta le lacrime arrivarono ma di rabbia. Come faceva a sapere?

Non ne ho idea… una spiata forse… ti ricordi che ci mandarono da soli a destra al contrario di tutti gli altri…?

Il sergente? Solo dopo a casa realizzai che parlavo male di un superiore senza sapere se potevo fidarmi oppure no.

Non ne ho idea. Quello che so è che i Meucci sono ancora in giro e che per questo ti sei beccata un proiettile. 

Non so se crederti.

Non fa molta differenza… a volte non mi credo neppure io. 

Forse col tempo…

Forse… solo che adesso sta a te raccontarmi qualcosa che mi faccia dormire più leggera stanotte sorella… 

Sbuffai. Ecco la parte più difficile della serata. Si è poi saputo chi fosse il tizio?

Meg sbadigliò, forse riuscivo a cavarmela. Un affiliato delle triadi. Changqualcosa Tzu Mi. 

 

Le coincidenze decisamente cominciavano ad essere troppe, e non avevo più tanta voglia di andarmene a dormire.

Le dissi di mio fratello. Tralascia mio figlio. Tralasciai Cosmo e Padre Delgado. Ma in fondo non potevo smettere di pensare al discorso del tenente prima di assegnarci. Ma si insieme… due problemi in uno. Rabbrividii. Non ero più tanto sicura che le strade fossero meno sicure di casa mia.

Meg mi accompagnò alla porta e mi salutò con un bacio.

 

A proposito Estela…

Si…?

Le voci sui miei gusti…

Vuoi dire…?

Precisamente.

e…?

si

ma…?

 

Scoppiò a ridere, sguaiata e luccicante.

Episodio 11

Introducing Estela Hogan  file #2

Un caso di compartimentazione

‘…poi arrivò l’accademia di polizia, dura e contro natura…’

La donna lasciò andare la penna e carezzò l’estremo interno degli occhi con pollice ed indice. Sbuffò. Non c’era più tè. Guardò l’ora. Troppo tardi per andare a dormire E  troppo presto per smettere. Imprecò con se stessa. Voleva troppo e lo voleva subito. Tornò al foglio che la bramava.

‘…dopo quella luce le cose cominciarono a complicarsi. La polizia seguì le tracce di sangue dal capannone fino a recuperarmi all’interno del garage. Non ero stata capace di muovermi. C’era quell’uomo accanto a me, di cui mi chiesero. Ma tutto quello che era chiaro nella mia mente, si trasformava in balbettii apparentemente sconnessi. Sembrava fossi capace di ripetere una solo sillaba. Mä.

Albeggiava e svenni appena li vidi. Mi risvegliai guardando dal basso un medico che cercava di farmi riprendere. Nella mia testa il tempo era passato parecchio in fretta, ma nel mondo reale era solo una misera notte. Solo che non ero più incinta. Ne restava un frammento incandescente stampato nel mio cervello, un panorama di palazzi abbandonati e parzialmente sommersi e, naturalmente, il segno. Mä.

Il medico mi diagnosticò un serio shock e niente più per cui un  poliziotto non potesse subito tempestarmi di domande. Come servisse a qualcosa. Una cosa la sapevo però, se volevo evitare strizzacervelli e psicofarmaci sarebbe stato molto meglio non dire una parola di padre Delgado e di simboli luminescenti di equilibrio ed ombra. Sapevano solo di un giornalista finito a morirmi accanto e non chiesero oltre.

Dissi che credevo di essere incinta e che non sapevo cosa dire ai miei genitori. Che mi ero nascosta in un posto che mio fratello conosceva quando quell’uomo, Randholme, si era trascinato fino lì.

Non mi fecero vedere nessuno. Non i miei genitori. Da lontano sentivo la voce sbiascicata di mio padre inveire contro qualcosa. Voci pazienti ma ferme dicevano che non ero in condizione di ricevere visite, che la mia era una specie di terapia intensiva. Di vero c’era che ero sedata come un cavallo. Non mi sarei messa in piedi neppure se fosse sceso Dio in persona per chiedermelo.

Dopo un tempo simile ad un’eternità entrarono due tizi vestiti di nero. Morii di paura. C’è poco da ridere, Will Smith era solo un poppante di Philadelfia allora. Il loro odore di tabacco misto a colonia scadente mi diede la nausea.

Tutti i tib… i tiburones sono stati massacrati. Il più massiccio lo disse come se si stesse schiarendo la voce. L’altro, l’agente O’Hara, irlandese tanto per stabilire un legame, fece un sorriso di circostanza. Tutto quello cui somigliava era brutto. Tipo un mastino. L’altro, il massiccio agente Kunga si mise a sedere in fondo alla stanza e rimase immobile con le braccia conserte. Dava l’impressione di un diavolo che non aspettasse altro che essere disturbato. Data la mia condizione feci la cosa più vicina a scoppiare in lacrime. Quasi uno sbadiglio, appena più impercettibile. C’era finito Yoshi in quella maledetta storia di sangue ed onore. Ed ero stata io a mandarcelo. Che cosa avrei detto ora? Mi odiavo e detestavo mio fratello. Ero sollevata solo dal pensiero che pure Lisca fosse finito male.

Signorina Hogan, riprese O’Hara, siamo perfettamente a conoscenza dei suoi legami con quella gang e credo di poterle garantire che gli elementi a nostra disposizione sono sufficienti a confermare che la sua storia non sta in piedi. Non regge.

Provai ad insistere. Ma le corde vocali semplicemente erano fuori uso.

Suo fratello, Michael, è stato, per usare un eufemismo, ferito dai Mi… una ragione abbastanza plausibile per meditare vendetta, non le pare? L’uomo si grattò la rasatura vecchia di mezza giornata e sembrò compiacersene. Stava giocando al gatto col topo. Vede, le analisi non parlano di nessuna gravidanza inaspettata o di aborti spontanei istantanei… ce l’ho scritto proprio qui.

Provai a non tradire alcuna emozione. Ma diventava sempre più duro. Yoshi non c’era più. Ed il bambino, malgrado quella sensazione calda e rassicurante, era andato.

Strinsi le guance tra i denti, per non cedere, e ci rimasi fino a quando l’agente non batté le mani sulle ginocchia e fece cenno al collega di andarsene.  Sarebbero tornati quasi ogni settimana. Nel frattempo vidi i miei genitori e passò anche il padre di quel giornalista. Mi fece tenerezza, perché piangeva e mi chiedeva, mi supplicava di raccontare una verità che io non conoscevo. Mi faceva male pensarci, pensare  a Yoshi ed a quella sensazione di quiete che mi invadeva se tornavo indietro. Non ritrovavo più i dettagli ma c’era qualcosa che mi rassicurava. Quell’ultima frase prima dal nulla, forse. Ma ero certa. Il mio bimbo era chissà dove, ma era. Vivo.

Tornai a casa. Fuori dall’ospedale incrociai il sorriso sbuffante di Kunga. Sempre incinta miss Hogan?  Lo ignorai, definitivamente. Persino mio padre riusciva a guardarmi con felicità e mia madre, mia madre era una pasqua. Solo Miguel non riusciva a guardarmi in faccia. Capii perché la prima occasione che rimanemmo da soli. E bravo il tuo amichetto bastardo, se l’è fatta addosso e tutti i miei fratelli sono morti. Avesse fatto il suo dovere noi adesso governeremmo…

Lo schiaffeggiai prima che finisse. Non potevo sentire altro. Vidi i suoi occhi gonfiarsi e farsi piccolo piccolo. Eppure la sua rabbia, livida, bruciava profondamente.

Diglielo anche tu papà…

Mi voltai. Nelle sue pupille mute ed alcoliche c’era la stessa identica espressione. Ero terribilmente fuori di me.

La pensi anche tu alla stessa maniera?

Ed il suo silenzio fu la sola risposta che ricevetti mai.

Non sarei potuta rimanere un solo giorno di più in quella casa.

Trascorsi il resto dell’estate a casa di mia zia. Senza padre Delgado non avevo altri posti dove finire. Il cuore aveva smesso di marcirmi lentamente. Restava solo il vuoto. Ripresi gli studi ed il vecchio lavoro di Yoshi, solo per aiutarne la madre. In qualche modo dovevo pur espiare. E poi, meno avevo tempo libero, meno la mia testa mi giocava brutti scherzi. Magari, col tempo, con molto tempo, sarebbe tutto diventato solo un altro ricordo.

Tre anni dopo, con un diploma in tasca e neppure un centesimo per il college sentii di nuovo la loro presenza. Altre volte mi era sembrato di incrociarli, di scorgerne un dettaglio dietro un autobus, suppongo facesse parte della loro tattica, così giusto per farmi sentire il fiato sul collo. Sempre incinta, miss Hogan?

Un giorno fuori dalla biblioteca del quartiere fu la volta dell’uomo barbuto, nascosto dietro un paio di lenti scure.  Non potevo esserne sicura fino a quando non lo vidi attraversare la strada e rivolgermi un cenno di saluto, passare oltre e sedersi su una panchina con una copia stropicciata del Globe. Era dimagrito ed invecchiato, ma il piglio ero lo stesso. Randholme Sr. Non seppi resistere e mi avvicinai. Ci conosciamo, non è vero? L’uomo abbassò le lenti per vederci meglio. Sfoderava un accogliente sorriso da nonno ma c’era una strana lucida pazzia stampata nei suoi occhi.

Credo proprio di si, miss Hogan. Sorrise, stavolta più debolmente. Ma non intendo più importunarla, a meno che lei non voglia dedicarmi mezz’ora, non un attimo di più… 

Mi bastò chiudere gli occhi per ritrovarmi in tutto quello che mi rimaneva di quel giorno. Il Mä. Mi sistemai accanto a lui, e lo vidi estrarre una rosa sbiadita dalle pagine del giornale. Mi ci è voluto un po’ per trovare il coraggio ad avvicinarmi ancora. Socchiuse gli occhi, facendoli sorridere compassionevolmente e me la porse. Ma avevo il sospetto che avrei potuto riuscirci. Strinse gli occhi ancora un po’. Delle piccole rughe si disegnarono fin sopra le guance. Solo, spero non le spiaccia, dovremmo trovare un posto più tranquillo. Il suo modo di parlare, pacato e forbito, mi aveva ipnotizzato sin dal primo momento. Avevo un debole per quell’uomo. Vorrei farle incontrare un mio amico, che temo non abbia molto in simpatia gli ambienti aperti. Rimasi sgomenta. Non avevo idea di dove questo gioco mi stesse conducendo. Ma del resto, cosa avevo di meglio da fare? Che ne direbbe del bar del museo di storia naturale? Dentro di me tirai un sospiro di sollievo. Quale maniaco sceglieva un museo per cucinare le sue vittime? Ripiegò il giornale sulle ginocchia e fece per alzarsi. Fa caldo con questo impermeabile. C’è l’aria condizionata in quella sala, forse per giustificare l’esosità dei loro prezzi. Saremmo pochi a degustare una bevanda dissetante e tutta la calma di cui abbiamo bisogno.

Rimasi sgomenta della mia stessa reazione, ma alla fine annuii.

Che ne direbbe di domani pomeriggio alle tre e mezza?

La mia incoscienza non mi fece chiudere occhio. Continuavo a darmi dell’idiota. Ma le aspettative sembravano una plausibile sonnifero. Caso particolare, fu la prima notte da sempre che non mi tornò in mente Yoshi.

Uscii di casa presto. Un po’ per quell’infantile devozione per i dinosauri, un po’ perché non ero riuscita a chiudere occhio. Ancora una volta il passato stava riaffiorando tra torbide acque. Solo in metro mi accorsi che l’uomo alle mie spalle era Kunga. Voglio dire, dopo anni l’avrei potuto non riconoscere. Ma quello sguardo gelido era proprio là. Sempre incinta miss Hogan? Arrivai alla biglietteria del museo senza smettere di tremare. Sorpassai degli studenti, tagliai la strada ad una vecchietta. Dovevo raggiungere quegli uomini e sentirmi al sicuro. Ma dovevo aspettare l’ora dell’appuntamento e, alla caffetteria era tutto maledettamente caro. Le voci dei turisti echeggiavano dissolvendosi. Le guide sembravano radio mal sintonizzate, le loro voci disperse nel vuoto del culmine dell’estate.

Sorseggiai acqua all’infinito. Fino a quando un ticchettare più forte delle lancette dell’orologio mi distrasse. Un cieco sbatteva il suo bastone contro le sedie, accompagnato dal suo cane.

Cosa ci faceva un cieco in un museo? Ci facevano entrare i cani?

Strinsi gli occhi. dovevo scacciare la faccia di O’Hara da ogni sconosciuto. Quasi non mi accorsi della sottile pressione sulla mia spalla. Salvo schizzare in piedi non appena realizzato.

Mandai giù la tensione insieme all’ultima sorsata d’acqua, con le gambe che non mi reggevano più. Respirai. Il barbuto compare di Randholme mi sorrideva amichevolmente nascosto dietro un paio di reiban neri. Randholme era proprio davanti a me.

Cercai di riprendermi. Aveva ragione. Fa fresco. Ed il mangiare costa davvero troppo.

Si sistemarono di fronte a me. Il nuovo arrivato proiettava un’aura particolarmente nobile ed aggraziata. Tanto da mettere in soggezione il vecchio direttore del Globe, quanto me. Nessuno sapeva come cominciare.

Signorina. Fu Randholme a rompere il ghiaccio, schiarendosi la voce. Credo che lei abbia un idea del perché ci troviamo qui, oggi.  Il suo tono aveva un’impronta più ufficiale  volta. Annuii. Adesso che i nodi venivano al pettine cominciai a sentire i postumi di una notte insonne. Io ed il mio amico, che preferendo l’anonimato gradirebbe ci si riferisse a lui sotto l’appellativo di Cosmo per… diciamo motivi di sicurezza nazionale, abbiamo motivo di voler  riprendere in mano una faccenda che ahimè, riguarda tutti noi. 

Strinsi gli occhi, soffocando uno sbadiglio. A parte l’identità del barbuto era sin troppo ovvio perché fossimo qui.

Credo di poter dire che il giorno in cui persi mio figlio fu il peggiore della mia vita, la gente tende ad abusare di questa espressione. Per un lavoro perso od un paraurti ammaccato. Ma perdere qualcosa che si è davvero creato, in cui ci si è rivolti per proiettare nel futuro la nostra esperienza, un segno lasciato…

Il sermone del vecchio si interruppe in un singhiozzo. Non riuscii a trattenere lo sbadiglio questa volta, vergognandomi. Quello che il mio amico vuol dire, è che nessun genitore dovrebbe mai sopravvivere ai proprio figli. Lo sguardo impersonale di Cosmo mi rimproverò. Non credo che abbia motivo di essere così agitata. Era una voce profonda che incuteva timore e che non sembrava completamente di questa terra. Possiamo affermare con tutta certezza che non ha motivo di temere grane con la legge. Lo ascoltai con la massima attenzione di cui disponevo, e giuro, il cuore saltò un colpo. Stava davvero accadendo in quel momento.

Vede, adesso abbiamo un’idea abbastanza chiara di quello che successe nel magazzino dei Mi quella notte. 

Quasi, intervenne Randholme. Quasi. Cosmo incrociò le braccia. Infatti. Randholme riprese, era rientrato in carreggiata. È assolutamente necessario a questo punto che capisca cosa ci spinge. Armeggiava con le mani disegnando figure invisibili. Era di nuovo il simpatico vecchietto che conoscevo. Con una folle luce negli occhi in più. Non dobbiamo farci giustizia per conto nostro, non è neppure importante sapere, seppure me ne dolgo, e questa volta lo sguardo severe fu tutto per il barbuto, il modo in cui mio figlio è morto. Successe qualcosa di altrettanto importante quella notte, qualcosa di cui lei è stata in parte testimone. Fu come un elettroshock. Sapevo che se avessi balbettato avrebbero capito. Come fate a… Mitragliai fuori.

Prove miss Hogan, prove che gli agenti di polizia non hanno saputo ben interpretare. 

Neppure noi, se è per questo, si intromise il vecchietto. Interagivano come una coppia spostata da millenni. Rimasi incerta ad annuire. Incerta se potevo fidarmi o meno.

Non vogliamo coinvolgerla in nulla di più, ne collegarla in quella brutta storia. Soltanto tentare di ricostruire assieme quello che accadde. C’era qualcosa quella notte. Qualcosa che nessuno dei sopravvissuti ha saputo collocare all’interno della scena ma che, se abbandoniamo ogni logica, avrebbe fatto da scudo per entrambi gli schieramenti, finendo per portar via dalla sparatoria il corpo di mio figlio accanto a lei. Dove sono stati ritrovati una quantità incredibile di bossoli..

Signorina, niente sopravvive così a lungo con tutto quel piombo in corpo.

Mi strinsi ancora di più in me stessa.

Niente o nessuno. Era una trappola. Cordiale e decorata al dolore vero. Ma pur sempre una trappola.

Cosmo congiunse le mani e si apprestò a parlare. Mettiamola così, credo che oramai avrà qualche familiarità col nome Yang Tzu Mi.

Annuì. Era l’uomo che guidava la gang rivale quella notte.

Vede, l’espressione di Cosmo si fece incredibilmente sorniona, è un individuo che ha sempre avuto la fama di duro con parecchio pelo sullo stomaco. Sopravvisse a quella notte, ma non si è più visto in giro. Per il resto le informazioni certe sono ancora meno, sappiamo che ha lavorato in incognito, tramando nell’ombra per utilizzare una colorita espressione. Ed in fondo è anche per questo se adesso controlla metà del territorio delle triadi di Manhattan… stiamo parlando di un giro d’affari incredibile…

La voce didascalica del vecchio mi sorprese. Non appena si smetteva di parlare di suo figlio, la sua voce tornava atona e professionale.

Si, ma non capisco cosa tutto questo possa avere a che fare con me…

Un suo luogotenente, che è incresciosamente rimasto vittima di un incidente nelle docce del carcere, spinto a confessione afferma che ritornò a casa solo la sera del terzo giorno. Subito dopo avviò l’edificazione di un bunker antiatomico nei basamenti del palazzo e da allora non è più uscito. Le sole persone che possono vederlo sono i suoi attendenti e le compagnie femminile che lo raggiungono ogni notte dal Lux. 

Scossi la testa. Non connettevo più.

È un uomo spietato, miss Hogan, ma quella notte piangeva come un vitellino. Cosa aveva visto? 

Randholme socchiuse gli occhi, come se cercasse di intravedere qualcosa nel buio. È qualcosa nelle ultime parole di mio figlio colpirmi, potrà trattarsi di shock, ma parla di una forte luce. E del corpo di Mi che scompare. Ma noi sappiamo che è vivo e vegeto. Un infiltrato del bureau è riuscito a scattarne alcune pose in penombra, pagando con la mutilazione di tutti e quattro gli arti. Capirà che la questione è incredibilmente delicata.   

Non solo. Vede mio figlio nomina un certo…

Smisi di ascoltare. Io era certa di sapere di chi stesse parlando e non più tanto voglia di starmene tranquilla ad ascoltare.

…padre nessuno. Lo associa addirittura con la luce e non è che l’ennesimo punto da chiarire, inoltre…

Cosmo fece cenno al vecchio di fermarsi. Signorina, capisco il suo stato emotivo, ma non è il caso di agitarsi davvero. Come le abbiamo già spiegato non corre alcun rischio. Siamo soltanto interessati nella verità. 

Potrebbe non esserci una sola verità.

Cosmo si bloccò. Avevo colpito nel segno. Ma mi ero scoperta.

Miss Hogan, quello di cui stiamo per parlare non è stato divulgato da nessuna fonte ufficiale, perciò confido nella sua discrezione in ogni caso.

Presi la caraffa e riempii di nuovo il bicchiere. Anche se non riuscivo più a tenere le gambe così strette.

Fu il vecchio giornalista a riprendere.

Mio figlio parla di due ferite, ma il suo corpo, rinvenuto accanto a lei ne aveva addirittura tre. Come ha fatto ad attraversare il capannone in quello stato?  Le racconto un altro piccolo segreto, ci sono dei risultati di indagine che non sono stati resi pubblici. Sono stati capaci di rintracciare l’esatto tragitto che percorse mio figlio per raggiungerla. Ciò è stato reso possibile grazie all’analisi del sangue trovato. E, pur essendo in base alla ricostruzione della scientifica, il solo ad aver fatto quel percorso, i gruppi sanguinei che portano tutte nello stesso punto sono due. Quello che a questo punto ci chiediamo, Miss Hogan è, chi o cosa è questo padre nessuno? Per concludere, lei dichiarò di essere incinta al momento dell’accaduto, ma analisi successive rivelarono che no, non lo era , ne tanto meno aveva abortito. Perdoni la mia franchezza,  ed il mio scarso tatto nell’affrontare un argomento così delicato, ma le analisi non sono in disaccordo con nessuna delle due ipotesi. Il medico che vi si dedicò, anche se poi dovette cambiare versione, forzato da, diciamo, alcune nostre ‘conoscenze’ ,  era abbastanza perplesso. Non poteva parlare di aborto ci confessò, o dire che lei si fosse inventata tutto, perché in realtà, le condizioni del suo utero erano quelle di una donna che aveva appena partorito.

Mi sa spiegare cosa è successo miss Hogan?

Tremai.

Sarebbe stato facile interromperli ed andarsene. Scusate tanto ma io non c’ero, e se c’ero dormivo oppure avete sbagliato… non ne avevo il cuore, quell’uomo aveva perso il figlio. In più, c’era qualcosa nei modi un po’ rudi di Cosmo che mi piaceva. Qualcosa che non vedevo da anni in mio padre e che beh, insomma, Freud avrebbe saputo bene di cosa stavo parlando. Ordinai del vino e lascia che l’alcool mi riscaldasse.

Perché non appena cominciai a parlare, non la smisi più.

Dentro c’era padre Delgado, ma non le mie congetture sovrannaturali. Non sapevo quanto fossero disposti a credere.

C’era la cognizione torbida del suo corpo ridotto in brandelli grondanti sangue. La sua figura distinta che portava il figlio di Randholme in braccio. C’era l’ultimo proiettile che li atterrò. Non riuscii a spingermi fino al ricordo di quel calore candido, di quella promessa appena percettibile. Quella era una cosa mia. Dopo tanti anni in cui mi ero tenuta tutto dentro non mi sembrava vero trovare altri sopravvissuti.

Finii quando finì la voce finì rotta in un pianto sordo. Randholme mi prese le mani sulle sue. E in un attimo era ritornato il vecchio tenero uomo. Abbiamo perso tutti molto in quella tragica notte. La sola cosa che mi consola è la sua giovinezza. Per lei c’è ancora la speranza di ricostruire ogni cosa. La prego non esiti a chiedermi aiuto, in qualsiasi modo possa, voglio esserle vicino. Sorrise mentre gli si inumidivano gli occhi.

Miss Hogan, purtroppo non siamo in grado di fornirle una spiegazione plausibile ma le posso assicurare che quanto ha raccontato ci è indispensabile. Vede, non ha modo di rendersene conto, ma ci sono branche deviate di questa amministrazione che compirebbero gesti estremi solo per sfruttare il potere di questa informazione. Il volto di Cosmo si velò improvvisamente. Con Cuba e la cortina così vicini, molti potrebbero apprezzare delle ‘soluzioni facili’, il nostro compito è tutelare la verità…

Nascondendola? Randholme era stupito di se stesso.

Credevo che avessero imparato bene la storia, prima di venirmela a ripetere.

Perché raccontate tutto questo?

Cosmo rimproverò silenziosamente il vecchio. Per metterla in guardia, probabilmente alcuni uomini sono già sulle sue tracce.

Ci mancò poco che mi strozzassi.

Signorina?

Ecco, veramente mi sembra mi stia già capitando qualcosa del genere…

Cosmo cambiò colore, striandosi di una sottile euforia. Chi, Kunga ed O’Hara? Lasci perdere quei due gorilla… voglio dire, diffidi di loro, ma non è da loro che si deve temere… sono degli osservatori e, no, non stanno col bureau ma con la CIA.

Proprio non trovavo cosa ci fosse di così divertente.

Mi riaccompagnarono alla stazione della metropolitana e mi seguirono a distanza fino a casa. Avere quelle curiose specie di angeli custodi attorno mi faceva sentire sollevata in un modo strano. Nella borsa quella sera trovai una busta con seimila dollari ed il numero di una cassetta di sicurezza di port Authority.

Me ne avevano parlato, per comunicare era ok. Ogni settimana avrei dovuto controllarla per informazioni. Eppure il ghigno infernale di Kunga mi avrebbe tenuto compagnia ancora per molto molto tempo.

Fu quella sera che decisi di smettere di essere una vittima.

I giorni si susseguirono tutto sommato in fretta ed il ricordo di quel calore bianco era la sola cosa in grado di contrastare il silenzio forzato di casa. Randholme passò a trovarmi un paio di volte, ma non c’era molto altro su cui aggiornarsi. Tenevo ostinatamente quel particolare per me. Avevamo entrambi perso un figlio quella notte, ma io sapevo che il mio era vivo.

Era un equilibrio osceno. Ma almeno era un equilibrio.

Da piccola,  a guardie e ladri mio fratello mi faceva sempre fare lo sbirro, diceva che era per chi non aveva onore. E così quando mi accettarono all’accademia seppi che non avrei avuto un posto dove ritornare. Tanto meglio non ci parlavamo già da anni.

Fu la mia piccola soddisfazione. E del resto, almeno quello, non volevo più essere impotente.

Una parte di me progettava a ruota libera una vendetta insolente contro il clan dei Mi,.

Ovviamente,  la mia visione della carriera dell’officiale di polizia era a dir poco romantica.

Ci furono mesi interi al poligono di tiro ed a correre, procedure e codici da mandare a memoria. Certe volte non si riusciva a chiudere occhio ed il sergente, uscito da West Point ci urlava contro neppure dovessimo finire nel sfottuto ‘Nam. Per me già il Village era pericolosamente lontano.

I miei smisero di farsi sentire completamente la seconda settimana. L’ultima parola che sentii uscire dalla bocca di Micha fu ‘puta’.

A volte fantasticavo sull’eccessiva confidenza di Cosmo quel giorno lontano. Magari un giorno sarebbe passato a prendermi per inserirmi nel suo team speciale. Invece, neppure una cartolina par Natale.

Al contrario mi trovavo a gestire pile interminabili di scartoffie e noia.

Quando finalmente mi mandarono di pattuglia fu con un certo Enderson del mio stesso quartiere che se avesse potuto mi avrebbe rispedito a pedate ad un’esistenza di marmocchi e pentole sporche.

La cosa più brutta era che mi odiavo, perché in fondo comprendevo la sua mentalità.   Era quello che avrei voluto fare, esattamente, se praticamente ogni cosa non si fosse intromessa per fare andare la vita diversamente.

In un anno di pattuglia il massimo che mi era capitato riguardava l’inseguire rapinatori di vecchietti e, si, ancora verbali e scartoffie.

Non avevo ben chiara la sensazione di dove si stesse dirigendo la mia vita. Ma, per ora, non ne ero affatto soddisfatta.

La prima volta che qualcosa mi scosse dal torpore in cui ero precipitata fu quasi alla fine del mio secondo anno. C’era questa ‘festa a sorpresa’, slang da veterano per indicare un’irruzione a mano armata a casa di qualche mafioso, dai Casucci.  Un Soffia aveva spifferato qualcosa a proposito di un grosso carico di eroina custodito in un loft. Diciotto uomini per un incavo tra due divani se non era tutto una colossale leggenda metropolitana.

Ci diedero il kevlar ed un caricatore in più. Io quasi non ci dormii. Non grazie ad Enderson però. Quel selvaggio mi avrebbe lasciato a macinare caffè e ciambelle per il resto dei suoi giorni non fosse stato per il furgone postale che gli aveva parcheggiato sull’alluce la settimana prima. Per cui per quella volta ero accompagnata da un’agente di poco più anziana di me. C’erano quei suoi occhi scuri ed un sorriso profondo, velato però. Guarda bella che con me si fatica.

Non chiedo altro, bella.

Ci intendemmo a meraviglia da subito, vale a dire per quei circa quindici secondi che ci tennero assieme prima della festa.

Fu così che, pure col corpetto che penzolava dalla spalla sinistra e le mani sudate, mi accaparrai il mio posto in prima fila. Stammi dietro e non fare nulla che non t’abbiano insegnato all’accademia. Mi sorrise, ma io ricordo di aver chiuso gli occhi nel momento in cui il primo agente sfondò la porta, ed anche così non vedevo altro che paramedici annoiati che trasportavano via il mio corpo con più sangue fuori che dentro. E beh, Enderson, il vecchio bastardo in persona, se la rideva alla grande.

In realtà fu tutto abbastanza in fretta. Ci buttarono dentro a gruppi di tre. Io ero al piano terra, e tutt’ora la sola cosa ricordo di quel posto era lo spazio ed il silenzio. Il posto era così maledettamente asettico da somigliare ad un ospedale. C’era ancora Enderson nei miei pensieri quando percepii una frizione alla caviglia destra, sufficiente a farmi ruzzolare in terra. C’erano due figure che ballavano sopra di me, la mia compagna ed il rampollo di casa Casucci. Era troppo tardi, non potevo rimettermi in piedi e me l’ero fatta addosso.

Socchiusi gli occhi un attimo. Quello successivo ero sedata sotto morfina e davvero dei paramedici annoiati mi stavano portando via su una lettiga.

Quello che mi era successo riguardava un proiettile preso di striscio, colpa di Nico Casucci nascosto dietro una paratia mobile. Non aveva visto i miei compagni venirmi dietro, ed aveva pensato ad una fuga rapida. Lo so perché fu Enderson a prendersi la soddisfazione di venirmelo a raccontare. Venne lui a ridersela passandosi lo stecchino tra gli angoli della bocca. E così ci hanno fatto fuori in due, eh ‘partner’?  Senza me era meglio che marcavi visita fattelo dire. Avrei voluto che si trattasse solo dell’odore acre dell’alcool a farlo parlare così. Ma lui era proprio un vero stronzo.

E Casucci? Chiesi sperando in due begli occhi pesti e fratture scomposte per tutto il corpo.

Neppure per sogno. È scappato da una porta secondaria ma è la tua amichetta Stetson a dirlo quindi… Il bastardo fece spallucce. Non capivo mai dove volesse realmente andare a parare però. Ammiccò grattando il fondo della gola, sonoramente e se ne andò via. Solo che non fu l’ultima volta che sentii quella storia, ed ogni volta si faceva sempre più brutta. Tra i se ed i ma dei colleghi, qualche allusione doveva pur aver fondo. Si. Quella dice così, però ne pare convinta pure lei… vallo a sapere…

Aroma aggiunto, ero tornata in servizio con quel bigotto, che non perdeva occasione per esternare quel risentito compiacimento. E che frana che ero. E quella Stetson di là.

Ben presto non ne potei più e semplicemente inchiodai. Fu uno spettacolo la sua faccia da idiota stupirsi mentre caffè bollente e briciole di ciambella gli inzuppavano la sua bella camicia linda. Maledetti gatti randagi, non sai mai cosa stiano per fare. 

Ma cristo Hogan che diavolo hai in quella testa ?

Non lo so Enderson, magari chiudessi quel tuo cesso di bocca per mezz’ora…

Come… trafitta la cuore senza sapere perché ?

La sua espressione virò da rabbia a compiaciuta perversione in un lampo. In qualche modo era sempre due passi avanti a me. Era frustrante.

Non lo sai, il vero nome della Stetson è…

Quella frase, Enderson non la concluse mai. La ricetrasmittente gracchiava già da un po’ qualcosa a proposito di un incendio sulla trentasettesima, poco fuori dal nostro giro. Non è che me lo chiese, ma per una volta fui d’accordo. C’erano cose più importanti cui badare. Era un bastardo machista, ma il suo lavoro era la sua vita e là fuori c’era delle grida d’aiuto. Sta qui e non scocciare troppo i pompieri quando arrivano. Furono le ultime cose che mi capitò di sentirgli dire. Lo portarono via in ambulanza con la testa fracassata da un’asse di legno collassata.

Non passai a trovarlo in ospedale e non mi sentii troppo triste o troppo in colpa quando non andai alla cerimonia ufficiale. Forse una medaglia alla memoria avrebbe placato la sua boccaccia, ma non c’era per gongolarsi.

Mi sentii un pochino male pensando che mi sarebbe bastato chiedere a Randholme per cure mediche migliore. Ma il malumore di dieci giorni tra le scartoffie ed il nulla mi fecero digerire pure quello. Solo che, tutti cominciarono a trattare me come un fantasma. Una sera, nello spogliatoio, sentii alcuni di loro parlarne.

 …si vede che la novellina è un’altra Stetson…

sentii il mio sangue latino pulsare violentemente. Volevo guardare la faccia di quell’idiota e vedere se aveva i cojones di ripetere. Raggiunsi il reparto maschile e sfondai il primo armadietto senza neppure guardare. Doloroso e parecchio rumoroso. Appunto, se cercavo l’attenzione di dodici agenti in asciugamano, l’avevo.

…vedi che non mi sbagliavo… dimmi tu se ti pare normale… 

Se la risero, i porci, scrosciando come fosse la cosa più divertente del mondo. Guardai il mio riflesso e capii. Nella foga di raggiungerli avevo dimenticato qualche dettaglio. Tipo un reggiseno ed una maglietta…

Due agenti della narcotici uscirono dalla doccia. Videro me come io vidi loro. Venite pure ragazzi, tanto non gli fa mica effetto alla nostra sangue caliente. Morsi il labbro tanto che dopo sputai sangue per una settimana. Ma non mi sarei mai fatta vedere piangere.

Fu il tenente a mettere fine a tutto. Era un robusto nero di Harlem, mezza età e due splendide figlie. Basta così Hogan tra dieci minuti nel mio ufficio. Prima renditi presentabile però e voialtri dateci un taglio, chi deve lavorare si dia una mossa gli altri tornino dalle loro mogli che qui non si fa cabaret. 

Sorrise, ma nessuno osò aggiungere una virgola o prendersi a colpetti di gomito.

Nove minuti e mezzo dopo.

Hogan, è inutile che ti dica che un comportamento del genere è totalmente inaccettabile, non puoi entrare nei locali non adibiti al personale femminile, meno che mai così abbigliata. È deplorevole per un agente di polizia, è deplorevole per una donna, punto e basta. Mi rendo conto che l’inizio è stato parecchio spiacevole. Probabilmente Enderson ti discriminava perciò nessuna meraviglia che non ti si strugga il cuore di lacrime, ma puoi andarci dannatamente certa che ci teneva a salvaguardarti altrimenti a quest’ora saresti anche tu sotto terra. Stessa pasta degli altri fessacchiotti nelle docce, ottimi agenti ma mettili insieme e non sapranno tenere a freno la lingua nemmeno sulla loro stessa madre. Il mio consiglio e di non badarci affatto. 

Ultimo punto. Ho avuto modo di vederti a lavoro e, a parte la sfortuna mi scoccia sprecare un buon agente dietro una scrivania perciò dalla prossima settimana torni in servizio. Lavorerai a fianco di un partner esperto che ha già avuto modo di sondare le tue capacità. Ovviamente…

…parlava di Stetson. E si che un po’ me l’aspettavo pure. Avevano accoppiato le pecore nere. Anche se non capivo, personalmente, perché. Il tenente mi lasciò in licenza il resto della settimana, così per far calmare le acque ma io ero soltanto ansiosa di mettere assieme i pezzi. La mia coinquilina lavorava nell’investigativa, stesso dipartimento. Feci qualche domanda, ma lei glissò. La mia vecchia utilitaria era la sola cosa che potevo dire orgogliosamente mia. Cominciai a girarci in tondo, ma dentro di me sapevo che c’era un solo posto che mi premeva vedere. Il vecchio quartiere era ancora immobile. Il market, la chiesa ed i tag sui muri. Solo quelli erano differenti. Se avevo imparato qualcosa da Enderson era a leggerli. Roba dei Mi adesso. Passai per casa senza avere il coraggio di guardare dentro. Una oldsmobile sferragliò a pochi centimetri dal marciapiedi. Le brutte abitudini non muoiono mai. Così fanno i tiburones. Erano così lenti che riuscì a seguirli a piedi per tre isolati. Loro si ritrovavano sempre dietro al Lux. Sempre per la stessa ragione. Che stupidi. Volevo intervenire ma in zona non c’era neppure un telefono a gettoni. Non mi premeva emulare Enderson così in fretta. Strinsi il revolver in tasca dopo il primo tonfo. L’aria compressa, sparata in un silenziatore. Stavo per fare una cosa davvero molto stupida.

Ma le cose precipitarono prima. Lo scassone dei tibi attirò l’attenzione dei gorilla Mi che cominciarono a far fuoco ancora dentro il locale. Prima che la polvere da sparo si sollevasse c’erano cinque cadaveri in terra ed un sesto in arrivo.  Trovai riparo dietro ad un cassonetto, senza trovare il coraggio per uscire.

Il vecchio catorcio tibi era crivellato di proiettili, le gomme a terra, le schegge del parabrezza erano arrivate fino a me. Chiusi gli occhi, per cercare di sentire un suono ben preciso. Perché in quell’inferno era proprio come se sentissi chiamarmi.

Solo allora la porta del Lux si spalancò e fu come percepire la presenza di un vecchio amico. Non era più rassicurante, perché stavolta era una luce nera e caotica, ma essenzialmente, la stessa matrice. L’uomo impose le mani contro i corpi in terra. Quelli che ancora respiravano la smisero. Gli altri, avete presente un essiccatore alimentare? Lo stesso, solo con un odore ancora più acre.

Quando ebbe finito si fece dare l’uzi dal gorilla più vicino e finì gli ultimi due tiburones. Che non smisero di tremare neppure dopo. Avrebbero dovuto sapere che non gradisco questi spettacoli attorno al mio locale. Portali via e se non vuoi che ti venga a cercare scompari con loro. Era un tono cavernoso, non proprio gutturale, semplicemente morto. Il gorilla si strinse nelle spalle deglutendo e cominciò a darsi da fare.

Meno di ventuno secondi. E non rimaneva altro.

Cercai di lasciare il calcio della pistola. Ci vollero gli stessi quindici minuti che il gorilla aveva impiegato per pulire il viale, caricare tutto sulla vecchia oldsmobile e dirigersi verso la discarica. Lo seguii con lo sguardo, incerta sul da farsi. Qualsiasi momento stessi aspettando, era passato. Poteva esserci mio fratello coinvolto, e forse c’era. Ero troppo sconvolta per realizzarlo. Dopo tutti questi anni era come se il mio incubo fosse tornato per violentarmi. Per strada nessuno diceva nulla. I commercianti si voltavano dall’altra parte, le vecchie si facevano il segno della croce e le volanti, era come se non ci fosse la polizia da questa parte di Manhattan.

La discarica finiva in una specie d fogna a cielo aperto. Lo so, perché da piccola ci giocavo. Il gorilla accostò la macchina ad un fossato e vi rovesciò due taniche di benzina. Con una lentezza misurata, esasperante. Quando fu lontano a sufficienza si accese una sigaretta e lasciò la chimica seguire il suo corso. Solo che il tizio si fermò immobile, inginocchiato dove era ancora pericoloso. Singhiozzava. Mi guardai attorno, c’era un vecchio materasso, mio e di Yoshi buono per altre storie, bruciate via tutte pure quelle. Gli corsi incontro usandolo come uno scudo e lo afferrai per i capelli, proprio mentre un’ultima esplosione scaraventava in aria frammenti umani e pulegge. I capelli mi si appiccicarono al volto, caddi all’indietro non appena al riparo, con il peso morto del gorilla sopra di me. Delle sirene cominciarono a sentirsi in lontananza. Finalmente. Perciò dovevo agire in fretta.

Trascinai il tizio dietro alla mia macchina. La puzza di bruciato mi fece prima venire le convulsioni, poi vomitare. Qualcosa non andava nel mio polpaccio. Lo buttai nel baule e diedi gas. A ritroso, la discarica, il quartiere perfino il Lux sembravano solo il set di un brutto film di serie b. Ma il corpo che si lamentava nel baule era sin troppo vero e dovevo farne qualcosa. Raggiunsi il Greenwich. Dissi di averlo trovato in fondo ad un vicolo. Avevo poco tempo prima che i medici potessero cominciare a fare due più due.

Corsi a casa. La mia compagna sembrò scossa nel guardarmi, non avevo realizzato di avere addosso sangue e frammenti di vetro. Cercai. Nel ripostiglio doveva pur esserci qualcosa di utile.

In qualche vecchia agenda forse. Od in una scatola con vecchie lettere ingiallite. Ma le istruzioni che mi aveva dato Cosmo per casi di emergenza dovevano esserci.

Ed era proprio quello di cui avevo bisogno.

La mia compagna stava avendo un attacco isterico e non avevo tempo per occuparmene. Respirai a fondo con gli occhi chiusi, come per un computer il buon vecchio spegni e riaccendi.

E tirai fuori tutto il fiato che avevo in corpo.

DARLENE VUOI STARE ZITTA UNA BUONA VOLTA!

Un pugno contro una scansia fece il resto. La tipa non era di quelle che mollano facilmente, ma riuscì a guadagnarmi un po’ di respiro. Abbastanza per tornare indietro ai tempi dell’accademia. C’era questo tipo Doug, che m’aveva fatto il filo senza troppo successo. Era stato trasferito all’archivio telefonico in centrale. Forse con una telefonata sarei riuscita ad evitarmi qualche intoppo. Composi il numero in fretta e riagganciai. Se avessi parlato troppo in fretta il gioco non avrebbe retto. Ricominciai. Per fortuna il tipo era in servizio perché non saprei proprio cosa avrei fatto se mi avessero detto, spiacente il tuo amico attacca alle sette. Feci la carina, la smorfiosa e mi costò un sabato sera. Ma in pochi istanti avevo un collegamento diretto con un interno di Tampa, Fl. Stavolta la fortuna non fu dalla mia ed il telefono squillo per angosciosi attimi senza risposta. Poi, una voce femminile , rotta da un pianto isterico, mi accusò di essere l’idiota sgualdrina amante di suo marito. E riattaccò.

Rimasi immobile con la cornetta in mano mentre Darlene continuava a guardarmi muta. Corsi in bagno, misi tutti i vestiti in una busta sigillata e mi infilai sotto la doccia. Quando l’ultimo grumo di sangue si sciolse e rimasero solo piccole escoriazioni riempii la vasca e mi ci immersi, incurante dei colpi alla porta.

Cosmo non avrebbe fatto in alcun modo in tempo.

Episodio 10

Storia di due Randholme (dal Globe del 29 luglio 1975)

Sto diventando vecchio. E questo significa che prima di non poter più tenere passo alla tecnologia, e non riuscire a capire più le cose avevo preventivato di lasciare il mio posto al giornale. Per assaporare in pace i romanzi di Hemingway e la musica jazz. C’era una casa sul litorale, in New Jersey, dove avrei aspettato ogni mattina l’edizione del Globe. È una storia di nepotismi la mia, avrei lasciato il mio posto a Daniel Junior, sicuro che sarebbe stato all’altezza. Ho sempre avuto fede nelle aspirazioni di mio figlio ed ero convinto che avrebbe imparato ad essere un buon direttore, rispettando i propri limiti con umiltà, imparando, soprattutto, ad ascoltare. L’ho sempre detto, il Globe è un giornale così bello che si scrive da sé. Mi sentivo a posto, gli obiettivi di una vita raggiunti, persino superati.

Sfortunatamente non è andata così.

Ieri sera lo squillare del telefono, ad ora tarda, per la prima volta in anni, non mi è sembrata soltanto insolita. Ma addirittura funesta. Ho sussultato prima di sollevare il ricevitore e di sicuro la mia voce deve essere sembrata incerta allo sfortunato ufficiale di polizia che aveva l’ingrato compito di informarmi. Di comunicarmi la morte di mio figlio.

Ho cercato di balbettare qualcosa a mia moglie, dall’altro lato della stanza. Ed ho pianto. In quel modo asciutto che hanno a volte i vecchi. Mi sono seduto, senza essere capace di registrare i dettagli che l’agente cercava di comunicarmi. Poi ho fatto la sola cosa che in tutta la mia vita sia mai servita per comprimere tristezza e dolore. Ho scritto, non facilmente, accartocciando fogli su fogli con quelle maledettissime parole che non si decidevano a venire fuori.

Poi, pochi minuti fa, un altro agente con un altro ingrato compito da officiare ha bussato alla mia porta. Ha lasciato sulla scrivania che era stata di mio nonno una vecchia borsa di cuoio, un tascabile ed un bloc notes. Così, per la prima volta, ho accantonato il resto e mi sono limitato a leggere. Ed ascoltare.

‘..notte, a pochi passi dal molo. Trovato la postazione senza troppa difficoltà. Devo ricordarmi una bottiglia di ‘scarpe da tennis’ e qualche spicciolo per Gunther, al Josie diner. Il nascondiglio nella soffitta è esattamente dove mi era stato detto. L’architettura di questi capannoni è identica per quasi venti isolati, perciò spero di non essermi sbagliato. Perché se ho la metà del fiuto di mio padre, stanotte ci saranno i fuochi d’artificio. Niagara Ortensii, ex spacciatore, ex testamatta del clan Meucci e, soprattutto, scheggia impazzita nel delicato equilibrio di confine tra Chinatown e little Italy, che chiede udienza a Yang Ztu Mi, aspirante dragone del clan Mi. Sarebbe la fine della guerra intestina che divora Manhattan da sei mesi. Se raggiungono un accordo, per gli italiani è finita. Difficile credersi, si sono scannati l’ultima volta praticamente cinque minuti fa. La notizia è arrivata in redazione mentre ero al telefono con Betty. Voleva uova e tabasco. E dei biscotti per Junior. Miss Robinson lo sta decisamente viziando. L’ho salutata in fretta per finire qui a respirare umidità e lo stinto odore della ruggine, pensieri marci che…

Un attimo.

Un colpo, secco e poi pneumatici che inchiodano. Troppo tardi, lamiere che graffiano, grida. Odore acre, escrementi e polvere da sparo. Urlano i cinesi ed i latinoamericani. Urlano perfino in italiano. Succede tutto troppo in fretta. Dei passi corrono lungo la tromba delle scale, li posso vedere. È una buick, sfracellata contro una colonna, c’è finita per prenderne uno sotto. Si dimena ancora. È una maledetta zona di guerra. Colpi che volano da tutte le parte ragazzi che cadono come mosche. Una raffica ha colpito il tetto. Il tetto e…

…solo un taglio, merda Betty stavolta mi uccide e poi mi farà una storia per la giacca nuova da buttare. Sono come esaltati, inebriati dal potere del grilletto? Sapevo della violenza, ma questi sono macellai. Sembra che provino gioia a…

Un’altra raffica.

Questa volta me ne accorgo subito è il polpaccio. Devo prendere la cintura e stringerla alla coscia, stretta, spero che basti. Non riesco a guardare tutto quel sangue. I Mi li hanno spazzati via, solo uno ne resta in piedi. Uno che non ha l’aria di entrarci in questa storia e dietro di lui qualcuno.. qualcosa…

Solo che sento caldo, mi gira la testa, respiro… respiro? Betty, junior, papà, padre. Si un padre, armato, con ferite ovunque, le vesti strappate, il cuore strappato. Sembra che pianga. Ed urla, urla cose incomprensibili quell’uomo nero che sprigiona quella luce, e quel… quel segno cos’è? Sto male. MÄ. tutta luminescenza, non capisco, i proiettili lo sorpassano, i proiettili lo trafiggono, forse lo CROCIFIGGONO, padre, padre nessuno, il suo volto non quello di un uomo di Dio, lui accecato, i passi più veloci e gli occhi dritti nei miei. Lo seguono. Non posso credere che abbia in mano due uzi. Che si regga in piedi dopo. Che si regga in piedi dopo aver ammazzato tutti, tutti i Mi. E tutti i tibitibitiburones sparsi ovunque. Ombra. E polvere da sparo. Fuoco, il motore è esploso il sangue caramella ed io, io che non mi muovo. Muovo proprio no. La porta si spalanca e  Yang Ztu Mi guarda. Guarda la mia mano scrivere. Ed io sono gelato, sento al sua presenza lui la mia e sppppppp spara via…

…braccio, non sento più il braccio, voglio dire la gamba, voglio dire Betty ti amo, papà ti amo , papà io, figlio ti amo, padre, padre nessuno entra e mi guarda, guarda il Mi. Lo guarda e sparano proprio mentre lui urla incomprensibilmente, equi… equilibrio dice, una sorta, voglio solo scriv…vivere…

la luce del padre disintegra il corpo di Mi, sono i proiettili del suo uzi, ed il suo corpo, scaraventato contro il pavimento… sotto il pavimento , nel fuoco. Ed il volto sudato, sudando sangue di padre nessuno, mi prende… mi prende e mi porta… Betty, dice, E’ FINITA ANNNN DIAMOOO

VIA